
A livello federale, il franco forte continua a costituire una questione destabilizzante. Da una tavola rotonda, è emersa la proposta del Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca (DEFR) di sospendere i piani di rafforzamento delle misure d'accompagnamento volti ad evitare il dumping salariale. Una scelta che potrebbe creare più problemi che benefici al Ticino.
Cosa ne pensano i candidati al Consiglio di Stato dei partiti di governo? PLR, Lega e PS si dicono contrari, sottolineando come a farne le spese sarebbe probabilmente il nostro Cantone, e che sarebbe una misura applicabile con delle regole specifiche per il Ticino. Unica voce fuori da coro quella popolare democratica, che anzi ritiene possa essere utile contro il rischio delocalizzazione.
Alex Farinelli del PLR dichiara che "è chiaro che a livello federale le questioni vengono trattate sul piano nazionale, sono decisioni prese in base alla Svizzera. Ci sono realtà locali, come il nostro Cantone, che vivono pressioni più forti e vanno dunque considerate con un'attenzione diversa. Il Governo deve prestare maggiore attenzione al Ticino, perchè la situazione è particolare."
Ticino penalizzato, quindi, dalle strategie di Berna? "Non direi che ci penalizzano, semplicemente dobbiamo essere considerati in modo diverso. Ed è anche responsabilità nostra farlo capire. Chi si trova a Berna non può conoscere nel dettaglio tutte le peculiarità di ogni cantone, attraverso la deputazione, il Governo stesso, anche con i privati come la Camera di commercio o i sindacati far presenti le circostanze."
La soluzione potrebbero essere delle regole ad hoc. "Un sistema unico non dà necessariamente effetti positivi "continua Farinelli "per il Ticino potrebbero di certo esserci delle regole speciali, eventualmente anche per altri Cantoni. Il sistema del federalismo deve favorire questo approccio, con sfumature differenti per realtà diverse." Sospendere le misure sarà utile contro gli effetti del franco forte? "Non saprei, evidentemente a livello nazionale non sono sottoposti alle pressioni che viviamo noi. Ci sono persone esperte di cui ci dobbiamo fidare, con la giusta attenzione, come detto, alle sfumature."
La misura fa molto arrabbiare Daniele Caverzasio, candidato per la Lega dei Ticinesi. "Chi l'ha proposto vive su un altro pianeta? Su Marte?" si chiede. "È un'idea che definire oscena è ancora poco. Dopo l'abbattimento della soglia fra franco e euro, si parla di abbassare del 26% i salari o di lavorare il 20% delle ore in più, e proporre di togliere le misure anti dumping è uno schiaffo morale al Ticino, sacrificabile ancora una volta sull'altare dell'economia. Non conoscono la nostra realtà."
Per Caverzasio, "sono misure che vanno bene a chi vuole entrare in UE, è qualcosa di inconcepibile calcolando che il mercato del lavoro è un problema. Sicuramente, ci muoveremo con la nostra deputazione a Berna e con i nostri Consiglieri di Stato per esprimere il rammarico di tutto il Cantone. Probabilmente servirà a poco, ma il compito di un politico è questo. Io rappresento il Ticino, mi importa poco se altri avrebbero benefici, è mio dovere mostrare la fotografia di una regione massacrata. L'economia ha mostrato di non sapersi regolare da sola, se si tolgono anche i 14 contratti collettivi che sono attivi in Ticino diverremo una provincia di Milano." Servirebbe più voce in capitolo ai Cantoni, anche se si rischierebbe di scivolare su un discorso che riguarda il federalismo in generale.
"Per esempio" prosegue il candidato leghista "il flusso migratorio dei frontalieri di Ginevra non è paragonabile al nostro, lo vediamo dalle imposte alla fonte. Ripeto, a Berna non sanno nulla della nostra realtà. Abbiamo portato loro la proposta di abolire le notifiche online dei padroncini, votata all'unanimità dal Gran Consiglio, e la SECO ha detto di no. Mi domando, pensano che la Svizzera finisca al Gottardo?"
Sul fronte PPD, Fabio Regazzi va decisamente controcorrente e si dice "non così sorpreso. È un momento difficile e l'impressione è che ridefinire il mercato del lavoro non sia una priorità: prima si deve pensare a salvaguardare i posti. Un mercato più rigido creerebbe ulteriori ostacoli alle imprese. Qualcosa che poteva essere applicato era, a mio avviso, la misura, su cui erano concordi anche i sindacati, di inasprire le sanzioni per chi sgarra."
Secondo Regazzi, la sospensione delle misure anti-dumping non sarebbe necessariamente negativa neppure per il Ticino. "Si tratta di una misura presa a livello federale, noi viviamo una situazione particolare, ma paradossalmente può avere effetti benefici perché diminuirebbe il rischio che le imprese scelgano una delocalizzazione. Se alziamo l’asticella questo rischio aumenta ulteriormente. L’intervento statale deve veramente essere l’ultima ratio. Per salvaguardare i posti di lavoro, sono piuttosto da privilegiare accordi, come ho sempre sostenuto, fra i partner sociali."
Non si renderebbero più competitivi i frontalieri, almeno in Ticino? "Il pericolo maggiore" afferma Regazzi "è che le ditte se ne vadano e questo ritengo dobbiamo cercare di evitarlo. Il tema frontalieri si risolverà, anche se occorrerà ancora tempo, grazie all'applicazione del voto del 9 febbraio." È contrario ad una soluzione speciale per il nostro Cantone. "Si tornerebbe al discorso dello statuto speciale, a cui non credo. Non si può pensare di condizionare sempre le decisioni che vengono prese a livello nazionale. In ogni caso, quelle misure anti dumping non erano la soluzione al problema, e il fatto che la loro sospensione non ha sollevato grandi reazioni, nemmeno da parte dei sindacati, mostra che non erano delle misure prioritarie."
Decisamente "preoccupata" è Amalia Mirante del PS, pur specificando che "per ora non si ha una presa di posizione ufficiale da parte del Dipartimento. Secondo me per noi a maggior ragione una misura del genere dovrebbe essere un campanello d'allarme, se si andasse in questa direzione per il Ticino i problemi non verrebbero raddoppiati ma quadruplicati! Subiamo già delle pressioni molto forti, così rischieremmo di diventare la Cina della Svizzera e, se posso usare una frase forte, di essere costretti a emigrare a Nord."
Non esclude che servano, al momento, compromessi da parte di tutte le categorie interessate al mondo del lavoro. "Dovremmo consolidare assieme (economia, stato, sindacati) il mercato del lavoro, si deve tener conto che anche le aziende vivono delle difficoltà e quindi bisogna venirsi incontro, ma non vanno certamente tolte le misure di protezione prima ancora che possano dare risultati. Non si tratta di protezionismo, così però si renderebbe il mercato del lavoro ancora più selvaggio, non solamente per quanto concerne il Ticino ma per tutta la Svizzera. Il mercato del lavoro competitivo è sempre stato un fattore positivo, dando seguito all'idea del DEFR si lancerebbe un segnale di precarizzazione pericoloso, soprattutto verso i residenti. Vorrebbe dire meno salari, meno consumi, meno entrate per lo Stato e quindi più aiuti sociali, si innescherebbe un circolo vizioso."
Le misure anti dumping non avevano però dato risultati eclatanti. "Si fa fatica a concretizzarle" concorda la candidata socialista. "La situazione è già disastrosa così, ma io credo che fossero commisurate, ovvero frutto di un compromesso tra le parti. Non erano incisive, togliendole del tutto il rischio sarebbe quello di una concorrenza al ribasso per tutti. Non si parla di essere chiusi verso l'esterno, ma l'apertura non deve portare a essere merce di scambio nel lavoro. In questo modo, sarà impossibile una crescita duratura, come detto è giusto chiedere sacrifici però non deve essere lo stato a rendere il mercato ancor più precario." I contratti collettivi, che con la sospensione delle misure andrebbero a cadere, rappresentano "una delle poche forme di controllo. Si è detto no ai salari minimi, ora si vuol dire no anche alla contrattazione collettiva, diventa una giungla!" Infine, secondo Amalia Mirante, "non sarebbe una scelta positiva dal punto di vista economico".
PB
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