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Ticino
Quel giorno a tavola con l’ndrangheta
Foto Shutterstock
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Filippo Suessli
6 anni fa
Anche un meccanico industriale in pensione del Locarnese appare negli incarti dell’inchiesta italo-svizzera contro la ndrangheta, ci ha raccontato la sua

Un pensionato del Locarnese, il 6 giugno del 2019 parte da casa e va a Muri, nel Canton Argovia. Ha un appuntamento. Entra in un ristorante e si siede con il gerente e un altro uomo, Miquel. Non sa che quest’ultimo è un agente sotto copertura dell’Ufficio federale di polizia. L’uomo, da noi contattato al telefono dalla capitale dell’est europeo dove trascorre la pensione, ha confermato di essere stato una volta nel ristorante argoviese, “forse mi ricordo qualcosa”, nega però quanto scritto nelle carte dell’inchiesta: “un amico mi aveva chiesto un favore, ma erano tutte palle”. Ex meccanico industriale è in pensione da un paio d’anni. Per semplicità, nel ripercorrere ciò che racconta l’infiltrato della Fedpol, lo chiameremo con il nome di fantasia Giorgio.

Conoscenze in comune

Quel 6 giugno le persone al tavolo non si conoscono ma, da quanto si legge nel rapporto redatto il giorno stesso dall’infiltrato, il gerente e Giorgio, hanno delle “conoscenze in comune in Calabria per le quali sono stati effettuati questo tipo di servizi”. I servizi di cui si parla sono quelli di riciclaggio. Giorgio racconta ai suoi interlocutori in termini molto semplici di cosa si tratta “Tu hai soldi così”, dice indicando lo schermo nero del cellulare, “ma vuoi avere soldi così”, mostrando questa volta un tovagliolo bianco. A lui poco importa da dove provengano i soldi. “Quando si depositano nella loro banca sono puliti già il giorno dopo”.

Il premier del Liechtenstein

Il pensionato locarnese, che è di “origini sarde e piemontesi” racconta ai due di aver già fatto molte volte “operazioni” del genere, sempre con la stessa banca privata del Liechtenstein e grazie a un presunto contatto “con il primo ministro ‘Kessel’ del Liechtenstein”, che “sta dietro a tutto” (il premier del Liechtenstein in realtà non si chiama Kessel, ma Adrian Hasler, tra i due nomi non vi sono grandi assonanze). Giorgio racconta di aver aiutato un italiano di Pfäffikon a riciclare “diversi milioni attraverso l’oro”. Il sistema che Giorgio propone ai suoi interlocutori, si legge nel rapporto, “è molto semplice, anche se la gente non ci crede”.

Prima versi, poi prelevi

“Qualcuno, che non è ricercato dall’Interpol, deve aprire un conto, ad esempio come socio di un’impresa petrolifere, e versare un certo importo sul conto stesso. Il giorno dopo si può già prelevare la metà dell’importo ed è pulito. L’altra parte deve necessariamente restare sul conto per almeno sei o sette mesi”. L’importo minimo per questo genere di operazioni, racconta Giorgio ai due, è di 200-300mila franchi, la commissione è sempre del 15%. “10% per una cosa e 5% per un’altra cosa”. Il locarnese, per il suo servizio, “riceve l’1% dell’importo”. Il tutto, ribadisce l’uomo, garantito dal fantomatico primo ministro.

La salute del premier

Il programma di riciclaggio proposto sembra a prova di bomba, tanto che il gerente chiede a Giorgio: “Quanti anni ha, non è che muore presto?”. Parte quindi la descrizione: “Lui è come noi. Vestito normale e non altezzoso. Ha circa 67 anni”. Giorgio invece non vuole dire quale sia la banca privata attraverso cui opera. La preoccupazione poi, con il riciclaggio, è che qualcosa possa andare storto. “Nulla può andare storto”, è la risposta. “Ha detto che in tutti questi anni da quando lo fa non ha conoscenza di un unico caso del genere”.

Il numero di telefono

Al tavolo, alle 16.05 si siede un altro uomo, anche lui di origini italiane, quest’ultimo ha dei dubbi sulla storia del ticinese. È rimasto scottato altre volte riciclando del denaro e non vuole ripetere le brutte esperienze: aveva 700’000 (non si sa se franchi o euro) in una cassetta di Innsbruck, dopo un primo prelievo di 50mila, gli è stato negato l’accesso su ordine del Ministero delle finanze austriaco. Giorgio assicura, una volta ancora, che non ci sono rischi. Prima di lasciare il locale lascia all’agente infiltrato il suo numero di telefono e gli dice di salvarlo come “Giorgio Locarno”.

“Non so neanche bene dove sia il Liechtenstein”

Quel numero di telefono, un cellulare svizzero, è contenuto nelle carte dell’inchiesta. Lo abbiamo composto e ci ha risposto Giorgio. Quando gli abbiamo detto che il suo nome e il suo numero figurano nelle carte dell’inchiesta si è detto stupito. Ma, seppur a fatica, ha ammesso di ricordare l’incontro dello scorso anno. Ha tuttavia negato che volesse proporre operazioni di riciclaggio. “Un amico mi aveva chiesto un favore, ma erano tutte palle, manie di grandezza”, ci ha spiegato. “Erano solo bla bla”, ha aggiunto. Gli abbiamo chiesto come possa essersi trovato a un tavolo del Canton Argovia a parlare di affari con un presunto ‘ndranghetista e un agente della Fedpol sotto copertura. Ha detto di non ricordare bene, ma di sicuro non ha agganci in Liechtenstein, tanto meno con il primo ministro, ci ha detto, “non so neanche bene dove sia il Liechtenstein”. La sua versione è che sia andato in quel ristorante per un presunto affare che si è rivelato infondato. “Mi è costata quasi cento franchi per niente, per il viaggio”. Insomma, secondo Giorgio, che ricordiamo è un nome di fantasia, “è una di quelle cose che succedono un po’ per soldi, un po’ per stupidità”.

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