
“Parlava troppo e mi innervosiva”. E allora l’ha ammazzata. A bastonate in testa. Nei boschi di Sessa, dove poi l’ha nascosta. Nel primo giorno del loro incontro, avvenuto il 7 agosto del 2009. Il 17enne assassino non aveva precedenti con la giustizia. E tra lui e Boi Ngoc Nguuyen, in base suo racconto, non c'è stato nessun contatto di tipo sessuale. I due giovani erano invece in contatto da circa due anni attraverso una chat su internet, dove si erano conosciuti, nella comunità virtuale di Netlog. E prima di quel maledetto giorno il giovane - che nella chat si faceva chiamare "Kris"e che secondo la polizia argoviese sembra “vivere in un mondo virtuale” - non aveva mai visto Boi. Questa agghiacciante vicenda riapre il dibattito sulla pericolosità dei mondi virtuali. “E purtroppo questa non è una novità”, premette il giornalista e divulgatore informatico Paolo Attivissimo. “Ci sono stati molti casi di amicizie nate via internet che sono finite male. Senza andare troppo lontanto ricordo il caso avvenuto in Inghilterra della studentessa 17enne violentata ed uccisa da un uomo conosciuto attraverso Facebook. L’uomo è stato condannato con l’ergastolo qualche giorno fa”. “Ma è importante precisare – continua Attivissimo - che questo genere di incontri pericolosi non riguarda solo i giovani. Ma anche gli adulti. E in tutte le direzioni. Capita spesso, per esempio, che degli adulti ne irretiscono altri in truffe. Il crimine ha una forte diffusione nei social network. Un altro esempio che posso citare sono quei truffatori che, attraverso una finta amicizia via Facebook, raccolgono informazioni personali, come per esempio la partenza per le vacanze, che permettono poi di svaligiare l’abitazione incustodita. Cosa successa recentemente anche a delle star di Hollywood, ma non solo a loro".“Sul caso del 17enne argoviese - continua Attivissimo - voglio però precisare che non credo alla distinzione tra mondo reale e mondo virtuale fatta dalla polizia. Dirò di più: io sono contrario a questa distinzione. E' solo un cliché. Perché quello che si fa su internet è estremamente reale. Come s’è ben visto anche in questo triste caso. Le interazioni su internet sono concrete, così com’è reale il loro bagaglio emotivo”.“La frequentazione dei cosiddetti mondi virtuali non è certo la causa di un delitto, che va invece cercata in un disagio pre-esistente. Quando un ragazzo preferisce isolarsi e parlare solo ed esclusivamente via chat si evidenzia un sintomo chiaro di un forte disagio nella socializzazione. E a quel punto dovrebbe dunque scattare un segnale d’allarme”. Un campanello che purtroppo stavolta - nella famiglia del giovane assassino - non è proprio suonato. "Io sono sua mamma - dichiarò la madre ai media pochi giorno dopo l'arresto del figlio - e sono sicura al 300% che Kris non l'ha uccisa. Non farebbe male ad una mosca. Figuriamoci ad una persona". [email protected]
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