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L'analisi
«Qualcuno dovrà pagare i costi supplementari che UBS dovrà sostenere»
Red. Online
5 ore fa
Commentiamo con Alberto Petruzzella, presidente dell'Associazione bancaria ticinese, la stretta del Governo sugli istituti di rilevanza sistemica

Per scongiurare il rischio di un altro intervento dello Stato dopo il dissesto di Credit Suisse, il Consiglio federale ha deciso di colmare delle lacune nella legislazione: in futuro le banche di rilevanza sistemica, in particolare UBS, dovranno coprire interamente le proprie partecipazioni in filiali estere con fondi propri di base di qualità primaria. UBS si oppone: il pacchetto di misure «è estremo e non è in linea con gli standard internazionali». Critico pure il Canton Ticino. Ne abbiamo parlato con Alberto Petruzzella, presidente dell'Associazione bancaria ticinese (ABT).

Come siamo arrivati a questo punto e, soprattutto, che cosa comporta la decisione del Consiglio federale?
«Dopo quello che è successo con Credit Suisse, giustamente, la politica si è interrogata. C'è stata anche una Commissione parlamentare d'inchiesta e hanno fatto una lunga, lunghissima lista di misure. Sulla maggior parte di queste, le banche sono d'accordo. Ma ce ne sono alcune che sono, invece, molto più controverse. Su quella che tocca UBS – la quale dovrà coprire interamente le proprie partecipazioni in filiali estere con fondi propri di base di qualità primaria – sta andando un po' troppo lontano. Si parla di venti, ventidue miliardi di capitale proprio supplementare da portare e questo è forse anche troppo».

Infatti questo provvedimento è già stato soprannominato "Lex UBS", nonostante appunto sia una modifica di legge che vale per tutti gli istituti bancari.
«L'unica banca sistemica che ha veramente attività importanti all'estero è UBS. Storicamente la Svizzera aveva cinque grandi banche, poi sono diventate quattro, poi tre, poi due. Adesso ne abbiamo una sola. Forse è il caso di tenercela stretta questa grande banca. È l'unica che deve competere sui mercati internazionali con le banche americane, inglesi, europee. Dobbiamo sempre ricordarci che devono essere competitivi e quindi è importante guardare anche cosa fanno gli altri. E nessuno è andato così lontano come vorrebbe andare il Consiglio Federale».

Eppure la ministra Karin Keller-Sutter, ieri in conferenza stampa, ha detto che questa soglia del capitale proprio che si vuole alzare è "in linea con gli altri competitor". Eppure c'è il timore di una perdita di competitività. Perché?
«Perché il capitale proprio costa per le banche e va remunerato e quindi c'è un rischio di non essere competitivi a livello internazionale. E poi c'è anche un rischio concreto, anzi una certezza, che questi costi supplementari qualcuno li dovrà pagare. Forse sarebbe il caso di approfondire il discorso fino in fondo e non farlo diventare, come sembrerebbe sentendo la ministra, una questione di principio».

C'è un dibattito parlamentare che dovrà seguire il suo corso. Anzi, Keller-Sutter ha detto che "in questo modo i rischi se li assumono gli azionisti e non i contribuenti". Mi pare di capire che le sue parole, in realtà, non vi rassicurano.
«La banca, di mestiere, gestisce i rischi e i rischi non si possono far sparire. La domanda è se ha senso andare così lontano e soprattutto chi ne paga il prezzo. E il prezzo di un aumento di capitale così grande non lo pagano gli azionisti, lo pagano i clienti, alla fine. E quindi dobbiamo domandarci se il prezzo è adeguato per le misure che ci vengono proposte. Io dico sempre che una banca ben capitalizzata è fondamentale, ma quello che è veramente importante è che la banca sia ben gestita, che abbia dei manager, un consiglio amministrazione all'altezza, e che abbia un regulator in grado di fare il suo lavoro. Con Credit Suisse non è stato il caso. Adesso dobbiamo fare in modo che loro siano veramente in grado di capire i rischi e di gestirli, e non semplicemente dire "mettiamoci tanto capitale in più, così siamo tutti più tranquilli"».

E concretamente come si fa?
«È il caso di andare a vedere che cosa fa la banca all'estero. Servono meno norme "globali", ma piuttosto un'analisi veramente dettagliata di UBS. Per tutte le altre il problema non si pone, purtroppo o per fortuna, e quindi nel caso UBS bisogna andare a fondo e probabilmente avere un colloquio più costruttivo con la banca. Io mi aspetto dalla politica una soluzione equilibrata che permetta alla banca di continuare a lavorare e al Paese di restare tranquillo».