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Ticino
Processo per traffico di droga: "Una storia di cocaina, coltelli e prostitute"
Redazione
19 anni fa
Così l'ha definita il procuratore pubblico Moreno Capella.

6 anni e 6 mesi di reclusione per il 20enne cittadino francese della Martinica, 6 anni per il 33enne per il cittadino dominicano e 3 anni e nove mesi per la donna di 46 anni. Sono pesanti le richieste di pena avanzate oggi nella sua requisitoria dal procuratore pubblico Moreno Capella nel processo che vede alla sbarra, alle Assise criminali di Mendrisio riunita a Lugano, due uomini e una donna. Chiesta quindi la conferma integrale dell’atto d’accusa. I tre sono accusati di avere immesso sul mercato circa 3 chilogrammi di cocaina che facevano parte di uno smercio superiore ai 20 chilogrammi. Per i due uomini il procuratore chiede la conferma anche dell’accusa di aggressione aggravata, mentre per la donna vi è anche il reato di esercizio illegale della prostituzione. Ma rimane la cocaina e il traffico ad essa legata, il capo d’imputazione più grave. Per il procuratore Moreno Capella a tessere la fitta rete di contatti in qualità di grossista, per portare la droga dall’America latina in Ticino, era il 20enne della Martinica, che appena pochi giorni dopo il suo arrivo nel nostro Cantone, cominciò ad organizzare il viaggio di un corriere. A beneficiare in seguito dell’attività criminosa del giovane, secondo il procuratore pubblico, fu il trentenne dominicano, autore dell’aggressione avvenuta a Mendrisio a danno di un 31enne italiano, che diede il via all’inchiesta riguardante lo spaccio di cocaina. “Ho agito senza pensare per seguire una vana fantasia fatta di donne, droga e soldi” ha detto l’imputato al termine del dibattimento. E tra le donne c’era soprattutto la 46enne prostituta, con un grave problema di dipendenza da cocaina, che per Moreno Capella ha agito in correità, mettendo in contatto i suoi clienti con lo spacciatore 30enne. Insomma una storia - per usare le parole del procuratore - di cocaina, coltelli e prostitute in una fitta rete di relazioni che ha reso difficile il lavoro della pubblica accusa.

Lavoro reso ancor più difficile da quella che ieri, in apertura di dibattimento, il giudice Claudio Zali ha definito “una situazione scandalosa” riferendosi al nuovo carcere giudiziario la Farera – definito anche un colabrodo -  dove stando agli atti e ai rapporti di polizia, c’è stata collusione e i detenuti sono riusciti a comunicare e a concordare le versioni parlandosi tra una finestra e l’altra, o scrivendosi messaggi sui muri. “Non è un’accusa contro niente e nessuno, la mia è stata  semplicemente la constatazione di un fatto oggettivo e documentato” ci ha detto il giudice Claudio Zali. Il carcere giudiziario è concepito, tra le altre cose, per evitare la reiterazione del reato, il pericolo di fuga e l’inquinamento delle prove. In questo caso, per quanto riguarda la collusione e a poco più di un anno dall’inaugurazione della Farera, così non è stato.

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