
Oggi, 16 marzo, segna un anno esatto dalla decisione del primo confinamento nel nostro Cantone, emanata in diretta dal Consiglio di Stato in una delle prime conferenze stampa per informare la popolazione sulle nuove misure, alcune delle quali sono ancora in vigore dopo 12 mesi. A capo del Consiglio di Stato e a comunicare la chiusura di quasi tutte le attività economiche in Ticino c’era Christian Vitta, allora Presidente dell’Esecutivo cantonale. Teleticino lo ha intervistato nell’anniversario dell’evento che avrebbe cambiato le vite di tutti noi.
Quali sono le immagini che le vengono in mente a un anno di distanza?
“Innanzitutto, sono le sensazioni che escono ad un anno di distanza: era un periodo molto intenso in cui bisognava gestire da un lato le emozioni e dall’altro la razionalità. C’era una grande incertezza, il Ticino dopo la Wuhan e la Lombardia è stata una delle prime regioni del mondo ad essere colpite duramente dal virus. Era qualcosa di sconosciuto e ci trovavamo tra due fuochi: da un lato Berna che diceva ‘non potete andare oltre’ e dall’altra l’Italia che riteneva stessimo facendo troppo poco. Quindi sicuramente erano emozioni forti e le immagini sono quelle della sala del Gran Consiglio dove tenevamo le conferenze stampa e dove il Governo poteva entrare nelle case della popolazione ticinese, spiegando ma anche cercando di trasmettere un po’ di vicinanza”.
Si conosceva ancora poco del virus e si percepiva la paura nella popolazione. Qual è stato il momento più drammatico che ha vissuto?
“Da un lato quando abbiamo visto arrivare da Bergamo le immagini dei camion militari che trasportavano le salme, perché ci ha fatto capire come questo virus fosse qualcosa di veramente terribile e come questo stesse succedendo molto vicino a noi. Dall’altro la settimana di forte tensione con il Consiglio federale dove noi avevamo deciso di chiudere tutta l’economia andando ancora oltre quanto deciso a Berna. Berna che non ha accettato la decisione addirittura ventilando la possibilità di togliere gli aiuti economici se avessimo continuato sulla nostra strada”.
Parlando di Consiglio federale, oggi il quotidiano romando Le Temps le ha dedicato un’intera pagina in cui lei viene definito “Il ticinese che ha tenuto testa a Berna”. Si rispecchia in questo titolo?
“In quella settimana sicuramente bisognava avere fermezza verso il Consiglio federale, mantenendo l’apertura al dialogo. Le pressioni affinché facessimo un passo indietro erano forti, ma noi sapevamo che fare questo passo significava mettere a forte rischio il sistema sanitario ed eravamo convinti fossero decisioni responsabili. Dall’altro lato se il Consiglio federale non fosse tornato sui suoi passi si sarebbe aperta una crisi istituzionale con in aggiunta la messa a rischio degli aiuti federali. Ci ha aiutato sicuramente molto la grande unità nella popolazione ticinese, che ha creato una forte pressione sull’autorità federale. Ricordo nei colloqui che sia Simonetta Sommaruga che Alain Berset hanno percepito come ci fosse in gioco qualcosa di più rispetto alla crisi sanitaria, c’era in gioco la coesione nazionale e il federalismo. Se non si fosse trovata una soluzione questo strappo ce lo saremmo ricordati per molti anni come popolazione ticinese. Da lì è nato un confronto serrato, con il Consiglio federale che rinviò la decisione al venerdì e fu infine una decisione positiva per il nostro Cantone, riconoscendo la situazione straordinaria del Canton Ticino anche in modo retroattivo, garantendo il consenso e il sostegno economico”.
Lei ha parlato di unità dei ticinesi e del Consiglio di Stato. Un’unità che oggi forse non si sente più...
“Oggi sicuramente c’è più stanchezza nella popolazione, sia fisica che psicologica. Dopo un anno, le restrizioni individuali pesano mentre all’inizio la popolazione era molto più disposta a rinunciare anche alle sue libertà individuali, perché vi era la voglia di superare quella fase acuta della crisi, con la speranza di tornare poi alla normalità. Normalità brevemente recuperata durante l’estate, per poi scoprire che il virus circola ancora. Questa convivenza prolungata evidentemente pesa sul morale delle persone e gli toglie energia, rendendole meno disposte a privarsi delle proprie libertà individuali”.
Col senno di poi, secondo lei abbiamo sbagliato qualcosa visto che poi c’è stata una seconda ondata e ora i numeri sembrano tornati ad aumentare?
“È difficile tenere una gestione perfetta in eventi così straordinari, ogni nazione e ogni regione ha cercato di dare il meglio di sé nella gestione di questa crisi, ma noi sappiamo che tutte le epidemie (la storia ce lo insegna) sono fatte di più ondate: una prima, una seconda più forte e una terza che potrebbe essere più leggera. Il fatto di essere confrontati a più ondate non deve sorprenderci e la storia ci insegna che questo è già avvenuto in altre pandemie”.
All’interno del Consiglio di Stato è cambiato il clima, tra la prima, la seconda ondata e adesso?
“Direi di no, il clima è rimasto lo stesso. Credo che la forza che abbiamo avuto sia nella prima ondata che in quella successiva è stata quella di mantenere sempre un’unità di fronte alle scelte prese e di mirare tutti a un obiettivo che è quello di lasciarci alle spalle questo virus”.
L’anno scorso, per mantenere la continuità, avevate posticipato di un mese l’avvicendamento alla testa del Consiglio di Stato. Ha tirato un sospiro di sollievo visti i mesi impegnativi?
“Sicuramente il cambio di Presidenza è stato un momento importante sia a livello operativo che a livello simbolico. Ricordo con piacere che la Presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga era scesa in Ticino per sottolineare anche l’uscita dalla finestra di crisi del Canton Ticino e l’aggancio alle regole federali. Questo era coinciso con il cambio di Presidenza. Quindi per me e tutto il Governo è stato un momento importante che stava anche a simboleggiare l’uscita dalla prima ondata per andare verso l’estate, che è stato anche un periodo più tranquillo dal profilo della gestione pandemica. Per me personalmente si trattava di terminare un ciclo di due mesi della gestione acuta della crisi, che per me sono stati molto intensi”.
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