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Ticino
"Pregiudizi e stereotipi sono vivi anche in Ticino"
"Pregiudizi e stereotipi sono vivi anche in Ticino"
"Pregiudizi e stereotipi sono vivi anche in Ticino"
Redazione
10 anni fa
Nella giornata mondiale contro l'omofobia ne abbiamo discusso con il responsabile del progetto Gayticino, Marco Coppola

17 maggio 1990. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stralcia l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. 14 anni dopo l’Unione europea istituisce la giornata mondiale contro l’omofobia su tutto il suo territorio. Il 17 maggio diventa così una giornata per riflettere sul tema dell’omosessualità e delle discriminazioni che ancora oggi vengono subite da gay e lesbiche in tutto il mondo – l’OMS stima che il 5-10% della popolazione mondiale sia omosessuale. Pregiudizi e stereotipi non mancano nemmeno in Ticino, come ci conferma Marco Coppola, consulente di Zona Protetta e responsabile del progetto Gayticino.

“I pregiudizi e gli stereotipi sono vivi. Questo porta nella migliore delle ipotesi a delle situazioni di disagio vissute dagli omosessuali, nella peggiore a vere e proprie forme di discriminazione. Al nostro servizio si rivolgono giovani nel momento della scoperta che ci riportano i pregiudizi che sentono da altre persone: dall’idea che l’omosessualità non sia normale, al fatto che sia una scelta. Ci vengono riportati anche casi di bullismo omofobico: persone insultate o escluse perché si presume siano omosessuali, o discriminazioni sul lavoro. Ci sono fatti gravi ma non sono rappresentativi. Normalmente non ci sono forme di odio gravi. Però esiste un sottobosco fatto di esclusione, isolamento e giudizi negativi che è presente sul nostro territorio. Si tratta di quelli che chiamiamo “pregiudizi sotterranei” che sono meno rilevabili e più pericolosi”.

Con il vostro servizio cosa fate per cambiare questi pregiudizi?“L’idea, vissuta da molti omosessuali, di non essere inclusi socialmente si può combattere attraverso la cultura per fare in modo che non ci sia esclusione ma integrazione. Ma spesso anche solo il tema dell’omosessualità resta un tabù. Con il nostro servizio facciamo degli interventi nelle scuole, però non sempre tutte le scuole vogliono accoglierci – la scelta di organizzare attività sul tema è lasciato alla volontà dei singoli istituti. Chi ci dice no, non esprime giudizi negativi, ma c’è una sorta di tabù a parlare del tema. L’omosessualità in alcuni istituti è un tema che non si vuole conoscere. Il problema è che questo tabù rende vivi i pregiudizi e in qualche modo lo fa continuare ad esistere. In generale il nostro servizio è attivo in due grandi filoni. Diamo la possibilità agli omosessuali di essere aiutati e sostenuti, di lavorare sull’accettazione di sé. Offriamo questo tipo di servizio alle persone e alle famiglie in cui un figlio si dichiara omosessuale. Abbiamo poi un secondo filone di attività educative-formative. Organizziamo delle formazioni ai docenti e agli operatori”.

Parlando di famiglie, come viene vissuta oggi la scoperta che il proprio figlio o la propria figlia sia omosessuale?“Il nostro servizio è confrontato con persone che hanno difficoltà, quindi non possiamo parlare dei casi in cui non si osservano particolari problemi. Ma certamente abbiamo visto che in 10 anni le cose sono cambiate. Prima in certe famiglie la scoperta dell’omosessualità di un figlio era un argomento che passava subito nel silenzio. In certi casi i giovani omosessuali venivano cacciati da casa. Oggi la situazione è migliorata. Va detto che quando un figlio dichiara la propria omosessualità, anche la persona più aperta e senza pregiudizi cade dalle nuvole. Spesso i genitori s’interrogano sulle proprie responsabilità. Ma questo fa parte del processo di comprensione. Col tempo, sullo spaesamento iniziale prevale la relazione con il proprio figlio. Col tempo si comprende l’omosessualità. Ci sono però casi in cui ci sono dei background culturali che rendono più difficile l’accettazione dell’omosessualità del proprio figlio. Ma in generale dopo un periodo di difficoltà le relazioni si sistemano, a volte migliorano perché sono più autentiche, perché il conflitto viene superato. In passato, quando l’omosessualità veniva nascosta o negata si viveva molta più sofferenza”.

Ancora oggi il momento più delicato è il coming out?“Una tendenza che osserviamo è che il coming out avviene ad una più giovane età. Prima l’età media era intorno ai 20 anni, oggi è dai primi anni dell’adolescenza. Sicuramente non è un momento semplice né facilmente generalizzabile. Si passa dal credere di essere eterosessuale allo scoprire e magari negare la propria omosessualità. Ogni situazione dipende dalle persone e dall’ambiente che si ha intorno. Certamente non è un’informazione su sé stessi che è facile da dire. Il giovane ha la consapevolezza che esistono pregiudizi. L’uso di termini dispregiativi da parte dei propri coetanei ma anche da adulti fa capire subito che dichiarare e mostrare la propria omosessualità non sarà facile. Sicuramente il coming out sarebbe più facile in un ambiente più tollerante e più inclusivo”.

È possibile contattare il progetto Gayticino per avere consulenze sul tema dell'omosessualità.

Tel.: 091 923 80 40 oppure scrivendo alla mail [email protected] oppure [email protected]. Agli stessi recapiti è possibile inoltre avere informazioni per operatori, educatori e docenti relative alle prassi e agli interventi di prevenzione all’omofobia e al bullismo omofobico.

AR

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