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Post su Facebook: "Difficile arrivare alla pistola fumante"
Post su Facebook: "Difficile arrivare alla pistola fumante"
Post su Facebook: "Difficile arrivare alla pistola fumante"
Redazione
9 anni fa
Le considerazione di un esperto informatico sull'autore che inneggiò all'omicida di Damiano Tamagni

"La decisione del Governo non mi stupisce, anzi la condivido, perchè le investigazioni nel campo digitale stano cambiando. Arrivare alla pistola fumante sarà sempre più difficile". Così Alessandro Trivilini, esperto di informatica forense alla SUPSI, si è espresso ai microfoni di TeleTicino sul caso dell'internauta che inneggiò all'omicida di Damiano Tamagni, ucciso dieci anni fa durante il carnevale di Locarno. 

Scoprire chi ha pubblicato su Facebook il post non è possibile, ha precisato il Governo, rispondendo a un'interrogazione del deputato di Montagna Viva Germano Mattei, che chiedeva se sarebbero stati presi dei provvedimenti nei confronti dell'autore. Il Governo ha spiegato che con i mezzi informatici a disposizione di principio non è possibile risalire al responsabile che, in pratica, l'ha fatta franca.

La pistola fumante è difficile trovarla, ribadisce Trivilini, però in questo caso la vicenda è grave e bisogna porre un freno. "Bisogna osservare il contesto nella sua interezza: è un caso grave per noi, per la nostra interpretazione e per la nostra cultura. Però dove vengono gestiti questi dati, dove vengono analizzati e interpretati attraverso una rogatoria internazionale, le interpretazioni possono differire".

In Italia nei giorni scorsi è salito alla ribalta un caso simile a quello a cui abbiamo accennato: quello di Laura Boldrini. Un uomo ha infatti diffuso sui social un fotomontaggio con la testa decapitata dalla presidente della Camera. Il nome del responsabile è stato tuttavia trovato in poche ore. "La proporzionalità, l'interpretazione di fronte a un personaggio pubblico con un ruolo istituzionale, potrebbe fare delle pressioni per tutelare quel ruolo" spiega ancora Trivilini.

È comunque innegabile che i social stiano sempre più diventando terreno fertile per attacchi, minacce e offese: "Non sono pericolosi di per sé, sono anche luoghi di grandi opportunità: è l'uso che ne facciamo che li rendono pericolosi. Partendo dal presupposto che molte persone li utilizzano per sfogare il proprio mal di pancia, le proprie emozioni, dimenticando che possono commettere reati anche di tipo penale".

Ma l’azienda Facebook e i social in generale cosa possono fare? "Cerca di correre ai ripari, di mettere controlli automatizzati, per esempio su parole offensive, ma non può prendersi la responsabilità di coprire o rispondere a ciò che le persone spontaneamente dicono con la loro pancia".

Maggiori dettagli nel servizio di TeleTicino

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