
A nove anni dalla tragedia del Pizzo Cengalo, oggi a Pontresina si apre un processo eccezionale per la giustizia svizzera. Cinque persone dovranno rispondere di omicidio colposo plurimo per la frana che il 23 agosto 2017 travolse e uccise otto escursionisti in Val Bondasca. Sul banco degli imputati ci saranno due funzionari dell'Ufficio cantonale foreste e pericoli naturali, un geologo esterno e due rappresentanti del Comune di Bregaglia, fra cui l'allora sindaca e attuale consigliera nazionale Anna Giacometti (PLR). Per tutti vale la presunzione d'innocenza.
L'accusa: «Numerose avvisaglie»
L'atto d'accusa, lungo 12 pagine, ricostruisce in particolare quanto accaduto fra il 10 e il 23 agosto 2017. La Procura grigionese si basa anche sulla perizia indipendente del geologo Thierry Oppikofer, secondo il quale le autorità avrebbero corso un «rischio inaccettabile» non chiudendo preventivamente i sentieri della Val Bondasca.
Il 10 agosto le misurazioni radar mostrarono un aumento della massa instabile, stimata in 5-6 milioni di metri cubi. Il geologo esterno segnalò inoltre rumori provenienti dalla montagna e indicò come «sensato» vietare temporaneamente l'accesso alla valle e il soggiorno nei maggesi. Prima di raccomandare misure al Comune si decise però di approfondire la situazione.
Due giorni più tardi un sorvolo del Pizzo Cengalo mostrò una situazione definita «molto tranquilla». Il 14 agosto, durante una riunione a Promontogno, venne comunque rilevato che una crepa sulla cima si era allargata di dieci centimetri rispetto al luglio 2016 e che la massa instabile era passata da 3,7 a circa 5 milioni di metri cubi. Il guardiano della capanna Sciora aveva inoltre registrato una trentina di franamenti dal 24 giugno.
Nonostante questi elementi, venne deciso di mantenere le misure adottate nel 2015, in particolare i cartelli di pericolo lungo gli accessi alle capanne, lasciando aperta la Val Bondasca.
La frana e gli otto escursionisti
Il 23 agosto, alle 9.30, circa 3,1 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal Pizzo Cengalo. Secondo la Procura, gli imputati avrebbero dovuto riconoscere le «numerose avvisaglie» e adottare o raccomandare misure supplementari.
L'accusa sostiene che, se i sentieri fossero stati chiusi preventivamente al più tardi il 22 agosto, con grande probabilità gli otto escursionisti non sarebbero entrati nella zona e non sarebbero stati travolti. Il percorso sul quale si trovavano fu sepolto sotto una ventina di metri di detriti per quasi due chilometri. I loro corpi non sono mai stati ritrovati.
Un procedimento lungo nove anni
Il processo è eccezionale anche per il percorso giudiziario che lo ha preceduto. Nel 2019 la Procura aveva archiviato il procedimento ritenendo che la frana non fosse prevedibile. La decisione era stata confermata dal Tribunale cantonale grigionese, ma i familiari delle vittime si erano rivolti al Tribunale federale.
Nel 2021 i giudici di Losanna stabilirono che gli elementi raccolti non erano sufficienti per archiviare il caso, imponendo di fatto la riapertura dell'inchiesta. Cinque anni dopo si arriva ora al dibattimento.
I precedenti svizzeri sono rari. Nel 2003 il responsabile di un'associazione incaricata della manutenzione dei sentieri fu condannato per omicidio colposo dopo la morte di un bambino nella gola del Taubenloch, vicino a Bienne. Nel 2005 furono invece condannati il sindaco di Evolène e il responsabile comunale della sicurezza per la valanga che nel 1999 provocò dodici morti. In quel caso il Tribunale federale confermò la sentenza.
Secondo l'avvocata specializzata in incidenti di montagna Rahel Müller, il nodo anche nel caso del Cengalo sarà la prevedibilità dell'evento naturale e ciò che era ragionevolmente esigibile dalle persone responsabili della sicurezza.
Una sentenza destinata a lasciare il segno
Il processo potrebbe avere conseguenze che vanno oltre il singolo caso. Müller osserva che una condanna di persone chiamate a prendere decisioni pubbliche sulla gestione dei pericoli naturali potrebbe aumentare la prudenza, ma anche il timore di assumersi determinate responsabilità. Dopo la tragedia di Evolène e le successive condanne, ricorda, nel settore della protezione dalle valanghe si era diffusa una forte insicurezza.
Il dibattimento inizierà oggi e dovrebbe durare tre giorni. Per ragioni di spazio non si terrà nella sede del Tribunale regionale Maloja a St. Moritz, ma al centro congressi Rondo di Pontresina. Le richieste di pena della Procura saranno formulate durante l'udienza. L'omicidio colposo è punibile con una pena detentiva fino a tre anni o con una pena pecuniaria.

