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Pignoramenti e condanne: via il permesso
Pignoramenti e condanne: via il permesso
Pignoramenti e condanne: via il permesso
Redazione
7 anni fa
Il Tribunale federale ha respinto il ricorso di un cittadino italiano protagonista di vari reati di natura patrimoniale

Dodici esecuzioni per un totale di oltre 389'000 franchi, quattro domande di vendita per poco più di 13'400 franchi, cinque pignoramenti per quasi 63'000 franchi e alemno due società anonime di cui era direttore o amministratore unico chiuse per fallimento. Questo ‘curriculum’, unito a diverse condanne per reati di natura patrimoniale, è costato la revoca del permesso di dimora a un cittadino italiano che dovrà quindi lasciare la Svizzera dopo 12 anni.

La vicenda emerge da una sentenza del Tribunale federale (TF) pubblicata venerdì. Il protagonista, come detto, è un cittadino italiano che nel 2012 aveva beneficiato del rinnovo del suddetto permesso dopo aver dichiarato di non essere mai stato condannato e di non avere procedimenti penali pendenti. A suo carico, però, vi erano un decreto d'accusa del 19 aprile 2010, che lo condannava al pagamento di una multa di 300 franchi per contravvenzione alla legge federale sull'assicurazione per la vecchiaia e per i superstiti e, soprattutto, una condanna, comminategli nel 2008 in Italia, a quattro anni di reclusione (pena a cui era stato successivamente applicato l'indulto) per bancarotta fraudolenta in concorso.

Preso atto delle condanne subite fino ad allora, il 18 dicembre 2015 la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni aveva revocato il permesso di dimora dell'interessato assegnandogli un termine per lasciare la Svizzera. Tale provvedimento era stato confermato su ricorso sia dal Consiglio di Stato sia, lo scorso marzo, dal Tribunale amministrativo (TRAM). In sostanza, i giudici cantonali avevano ritenuto che, alla luce dei suoi precedenti penali e del suo comportamento, il ricorrente rappresentava “una minaccia effettiva e attuale per l'ordine pubblico svizzero”.

I coniugi si erano quindi rivolti al Tribunale federale chiedendo, invano, l’annullamento della suddetta decisione. I giudici di Mon Repos hanno dato loro torto, concordando invece con le conclusioni del TRAM. “Una volta giunto nel nostro Paese, l'insorgente ha occupato le autorità giudiziarie con regolarità, rendendosi tra l'altro colpevole di contravvenzione alla LAVS, tentata amministrazione infedele, tentato inganno nei confronti dell'autorità, truffa e omissione della contabilità - si legge nella sentenza del TF - Molti di questi reati sono d'altra parte stati commessi nell'ambito dell'attività imprenditoriale intrapresa dall'interessato in Svizzera e sono quindi del medesimo genere di quello per il quale egli è stato condannato nel 2008 in Italia a quattro anni di reclusione”. Per la Corte, “ciò dimostra che, nonostante la pesante condanna già subita nella vicina Penisola - alla cui gravità nulla toglie l'applicazione dell'indulto il ricorrente non ha affatto mutato il proprio atteggiamento”.

La suprema Corte ha infine rilevato che le condanne subite in Svizzera per reati di natura patrimoniale riguardano atti commessi nel 2013 (tentata amministrazione infedele), nel 2016 (truffa) e nel periodo compreso tra il 26 aprile 2012 e il 5 ottobre 2017 (omissione della contabilità), “ovvero in tempi ben più recenti, in parte addirittura successivi alla revoca del permesso di dimora dell'interessato ad opera della Sezione della popolazione”. 

(Sentenza 2C_357/2019 del 19 settembre 2019)

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