
L'odierna presa di posizione del Partito socialista - che, in una nota firmata dal presidente Igor Righini, ha annunciato l'intenzione di applicare la tolleranza zero se nel caso dell’ex-funzionario del DSS condannato coazione fossero coinvolti persone vicini al partito - non è che uno dei tanti capitoli di questa delicata vicenda. Una vicenda che, ricordiamo, ha avuto anche risvolti politici. Alle prese di posizione e agli atti parlamentari è seguita la decisione del Governo di esaminare gli atti dell'inchiesta in relazione a un'eventuale gestione inadeguata in seno all'Amministrazione.
Tra le molte domande senza risposta, tutavia, ve n'è una che in questi giorni si è fatta sempre più insistente. Negli scorsi giorni in molti, soprattutto sui social, hanno chiesto a gran voce di rendere pubblico il nome dell’imputato e la decisione del giudice Marco Villa di non consentirlo non è stata esente da critiche: “Personalmente sono sempre stato propenso alla pubblicazione dei nomi di chi abusa sessualmente di donne e bambini. Lo ritengo utile, affinché non abusino mai più e la società possa proteggersi", ha commentato via social il presidente del PPD Fiorenzo Dadò.
"Posso tuttavia capire chi si oppone, nella misura in cui tra vittime e carnefici c’è una relazione molto stretta. In questo caso farne il nome significherebbe mettere sulla pubblica piazza anche chi, oltre aver subito l’abuso e la sofferenza, rischia di subire la vergogna. Ma nel caso dell’ex responsabile delle politiche giovanili (e degli ex funzionari e di chi è ancora comodamente seduto alle scrivanie dell’Amministrazione pubblica) no - ha tuonato - Non c’è nessunissima possibilità di ricostruire una qualsiasi forma di legame con le ragazze abusate circa 15 anni fa, non avendo il nessun legame famigliare o di nessun altra specie con loro. La realtà è che qui si sta nuovamente proteggendo chi ha commesso i reati, chi ha taciuto e chi, all’interno dell’Amministrazione pubblica, dall’alto della propria carica doveva denunciare e non ha denunciato. Come mai si tace?”
Già, come mai si tace? I media, lo ricordiamo, sono vincolati alla richiesta del giudice che, nella sua decisione, soppesa anche la gravità dei fatti o l’interesse pubblico e tiene conto di un’eventuale esplicita richiesta delle vittime (che non vogliono ad esempio essere identificate), come è difatti avvenuto nel caso in questione. Prevalgono dunque le disposizioni del Codice di procedura penale svizzero in materia di protezione della personalità (art. 70 cpv. 1 lett. a, 74 cpv. 4 e 152 cpv. 1). Come nel caso del funzionario, il giudice può disporre che le udienze si svolgano in tutto o in parte a porte chiuse se interessi degni di protezione di una persona coinvolta, segnatamente quelli della vittima, lo esigono. Non rivelare il nome serve dunque in primis per tutelare le vittime, non consentendone l’identificazione, o i familiari (delle vittime oppure dell'imputato stesso). E pubblicarlo, per un media, vuol dire commettere un reato e violare il codice deontologico.
Va infine precisato che in alcuni casi si sceglie di renderlo pubblico perché questo permetterebbe ad altre vittime di farsi coraggio e uscire allo scoperto.
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