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Ticino
Ospedali: “Preparativi in atto da tempo”
Redazione
6 anni fa
Paolo Ferrari, capo area medica dell’EOC, spiega come le strutture sanitarie si stanno preparando per accogliere i pazienti Covid e come questo influirà sulle altre attività ospedaliere

Gli esperti della Confederazione sono preoccupati per l’aumento dei contagi. La seconda ondata, ha sottolineato ieri in conferenza stampa il medico cantonale di Basilea Thomas Steffen, è arrivata ed è più forte del previsto. Com’è la situazione nel nostro Cantone e come si stanno preparando gli ospedali ticinesi per accogliere un eventuale aumento del numero dei pazienti? Teleticino lo ha chiesto a Paolo Ferrari, capo Area medica dell’EOC.

I preparativi in atto da tempo

“I preparativi sia da parte dell’EOC che della Clinica luganese sono in atto da tempo. Ci siamo già attivati nella fase post-covid a premunirci per poter aumentare il dispositivo Covid. Bisogna dire che i contagi stanno aumentando in modo importante anche in Ticino” (ieri sono stati registrati altri 136 casi, ndr). Per ora, assicura Ferrari, nelle strutture ospedaliere non c’è lo stesso numero di pazienti come agli inizi di marzo. Ma tutto dipende dall’evoluzione della situazione. “Vedremo nelle prossime settimane se il numero di ricoveri aumenterà alla stessa velocità. Questa situazione ci mette comunque nella posizione di poterci preparare in modo da aumentare il dispositivo e accogliere i pazienti affetti da Covid nelle due strutture preposte”.

Il numero di pazienti ricoverati più basso rispetto a marzo

Domenica sul Caffé il direttore della Clinica Moncucco Christian Camponovo ha dichiarato che la disponibilità di posti letti e di postazioni in terapia intensiva a disposizione è inferiore a quella utilizzata in primavera. “Ciò vuol dire che la rete oggi prevista sarà insufficiente se ci sarà una diffusione incontrollata di contagi” ha sottolineato Camponovo, rifendendosi allo scenario peggiore. Ma quindi dove sta la verità? “Dobbiamo lavorare con delle ipotesi che riguardano lo scenario peggiore” precisa Ferrari. “I numeri che si stanno sviluppando in questo momento ci dicono che l’incremento dei pazienti che vengono ricoverati è più basso rispetto ai primi tempi della pandemia. Se paragoniamo i primi 20 giorni dell’epidemia a marzo rispetto ai primi 20 giorni della ripresa di questa seconda ondata da inizio ottobre, vediamo che a marzo il 33% dei pazienti con tampone positivo erano ricoverati. Ad oggi, al primo di ottobre, siamo a un 4%. È cambiata un po’ la demografia di chi fa il test. Vediamo anche che nella prima fase il 50% delle persone con un tampone positivo erano dei pazienti al di sopra dei 60 anni, persone suscettibili di sviluppare la malattia anche in forma grave. Nella seconda parte dell’anno fino ad oggi la proporzione dei pazienti al di sopra dei 60 anni con tampone positivo è del 15%. I positivi li troviamo soprattutto tra i giovani. Alcuni di loro si ammalano, anche in forma grave, ma sono quelli che tendenzialmente si ammalano molto meno. La questione è quanto tempo ci vorrà affinché il virus si diffonda anche tra la popolazione anziana. Il messaggio tra la popolazione più avanti con gli anni è passato e si protegge maggiormente, mentre tra i giovani sappiamo che a volte l’attenersi a queste regole è meno rispettato”.

Non solo coronavirus. Saranno garantiti gli interventi anche sul lungo periodo?

“Il dispositivo che avevamo messo in piedi nella fase calda dei mesi di marzo-aprile era possibile perché è stato messo a disposizione personale infermieristico e medico per curare i pazienti Covid, oltre che ai letti. Ciò era stato possibile poiché a livello federale, con l’ordinanza 2, era stato disposto che le attività non necessarie e non urgenti fossero messe a riposo per mettere a disposizione questo personale” spiega Ferrari. “Ora siamo in una situazione diversa: dobbiamo mantenere l’attività ordinaria e quindi garantire le cure e le attività negli altri ospedali. Questo non ci permette di mettere a disposizione quel personale che avevamo potuto utilizzare nella prima fase. Ma questo non significa che in assenza di ordinanze staremo a guardare. Monitorando in modo regolare e minuzioso l’evoluzione dell’epidemia abbiamo già predisposto come ridurre le attività negli ospedali non Covid, senza andare a impattare in modo significato sull’offerta sanitaria, ma mettendo a disposizione le risorse per potenziare gli effettivi, per esempio all’ospedale di riferimento di Locarno”.

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