
Il numero delle ospedalizzazioni è oggi calato a 4, dalle 28 del primo giugno, dopo aver passato un breve periodo a zero. E i casi in Ticino restano sempre limitati. Il Tg Estate di Teleticino ha interpellato il dottor Christian Garzoni, Direttore sanitario della Clinica Monucco, per sapere il suo punto di vista sullo stato della pandemia e sui risultati delle ultime ricerche scientifiche.
Questi numeri sono segnali positivi?
“Questi numeri nascondono due cose: la prima è che i casi sono risaliti e nelle ultime settimane si sono stabilizzati a circa un centinaio in Svizzera e circa cinque nel cantone. C’è stato quindi un aumento e poi una stabilizzazione. Se invece guardiamo alle ospedalizzazioni dobbiamo essere attenti a una cosa: i nuovi casi, le nuove persone positive sono spesso persone molto giovani, spesso di rientro da viaggi all’estero. Le persone giovani come sappiamo vanno raramente in ospedale e quindi è normale che fortunatamente i numeri diminuiscano. Ribadisco questo solo per non far credere che il virus sia diventato più gentile, è solo che colpisce le persone più leggermente perchè sono i più giovani della società”
Quindi si ammalano soprattutto i giovani?
“Non è che si ammalano solo i giovani. Durante la prima ondata il sistema sanitario aveva detto di andare in ospedale solo se si stava veramente male, mentre le persone con sintomi da influenza tutto sommato gestibili non venivano neanche testati. Quindi questi casi leggeri durante la curva epidemica grave non venivano neanche rilevati, ed erano proprio i giovani”
Se arrivano dei malati di coronavirus in ospedale oggi li sapete curare meglio rispetto all’inizio della pandemia?
“Io credo di sì. È chiaro che non esistono rimedi come la penicillina per i batteri, per intenderci. Sappiamo però che i pazienti Covid soffrono di complicazioni con coaguli e trombi, con rischio di embolie, quindi facciamo delle terapie molto più aggressive per fluidificare il sangue. Abbiamo abbandonato terapie come la clorochina o vecchi farmaci anti HIV perché abbiamo visto che non servono. Abbiamo il Remdesivir che abbiamo visto che funziona per i casi gravi e abbiamo imparato a conoscere una malattia che, non dimentichiamocelo, fino all’inizio di febbraio era sconosciuta e non esisteva sulla terra”.
Una ricerca del King’s College sostiene che gli anticorpi prodotti per via del Covid-19 rischiano di diminuire con il passare del tempo. Non c’è immunità quindi?
“Questo studio apre a delle domande. La ricerca in questione dice che il livello di anticorpi non dipende dalla gravità della malattia, anche gli asintomatici li producono. Dice però che gli anticorpi in una buona proporzione tendono ad andarsene. Quello che oggi non sappiamo, e non lo sa nessuno, è se l’immunità va via assieme agli anticorpi. In altre parole: il sistema immunitario non ha solo gli anticorpi per proteggerci, potrebbe essere che questi meccanismi restino anche se gli anticorpi non ci sono più. Però oggi questa domanda non ha una risposta. Perché conosciamo il virus solo da alcuni mesi, dovremo continuare a monitorare. È importante ribadire però che ad oggi non ci sono pazienti che hanno fatto un Covid e poi l’hanno rifatto. Questo lascia ben sperare, anche se rimangono timori su una possibile immunità breve visto che succede già per altri coronavirus come il raffreddore”.
Questo vuol dire che è possibile che un vaccino non sia così efficiente?
“Il discorso dei vaccini è molto complesso. Oggi ci sono circa 200 gruppi che lavorano sul vaccino, quindi è sbagliato parlare in generale. In ogni caso i vaccini non producono solo anticorpi ma stimolano anche altre parti del sistema immunitario. La speranza è di creare un vaccino che duri sufficientemente nel tempo. Ci sono però molti punti di domanda”
Ma dovendo produrre il vaccino in tempi così stretti, non c’è il rischio di produrre qualcosa di poco efficace o addirittura dannoso?
“I tempi lunghi dello sviluppo dei vaccini sono dovuti a un semplice motivo: i tempi di osservazione di uno o più anni. È chiaro che questi tempi non si possono accorciare più di quel tanto, per esempio non si potrà rispondere all’efficacia oltre i 6 mesi. Sono più preoccupato quindi dalla possibilità che il vaccino non duri nel tempo, se si fa in fretta, che dei possibili effetti collaterali, che quelli si verificano molto rapidamente”.
E cosa dice dell’appello all’OMS di 239 scienziati in cui si dice che il virus si diffonde anche grazie all’aria?
“Fin da subito si è detto che il virus si diffonde grazie alle cosiddette ‘goccioline’. In realtà ci sono sempre più prove che il virus non si diffonda solo tramite questi droplet ma che persista nell’aria e che ci sono situazioni in cui questo virus può andare più lontano dei classici 2 metri. Ci sono sempre più ragioni per pensare, e anch’io sottoscriverei questo appello, che una certa diffusione anche a livello aereo c’è. Ed è per questo che c’è una tendenza sempre maggiore a favorire un utilizzo generalizzato delle mascherine”
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