
La magistratura vuole capire con chi l’infermiere ha condiviso on line alcune fotografie scattate ad almeno una dozzina di pazienti ricoverati nel reparto di Medicina1. L’infermiere, 44 anni, è protagonista di una vicenda che dallo scorso dicembre, quando è finito in carcere, ha messo in fibrillazione sia l’ospedale Beata Vergine di Mendrisio, dove ha lavorato per 22 anni, sia la magistratura.
Stabilire un nesso di causalità tra l’alterazione di alcuni dosaggi per contenere il dolore dei malati terminali e la loro morte, non è cosa facile. L’infermiere è stato infatti arrestato con l’accusa di omicidio intenzionale. Sono tre, forse cinque, forse di più i casi sospetti. Ma, come riporta il Caffè, a questa pesantissima accusa con il trascorrere delle settimane e dei mesi se ne sono aggiunte altre, nate da alcune perquisizioni in casa dell’infermiere e soprattutto dalle analisi del suo smartphone.Il 44enne - difeso dall’avvocato Micaela Antonini Luvini - ha scattato alcune fotografie a pazienti ricoverati nel reparto dove lavorava. Immagini "improprie", per non dire inquietanti. Fotografie che però in alcuni casi sono state condivise con alcuni colleghi. E accompagnate da frasi pesantissime. Esisteva con l’applicazione WhatsApp una chat chiamata Medicina1. Vi erano inseriti una ventina di dipendenti, così lui stesso e alcuni ricordano. Si parlava di tutto. Quindi anche, se non soprattutto, del lavoro nel reparto. Ci si scambiavano opinioni su alcuni pazienti. Ma talvolta con espressioni sopra le righe.
Pesantissime. In alcune frasi gli indizi che contribuiscono a portare all’accusa di omicidio intenzionale ma anche a quelle di "messa in pericolo della vita altrui", "violazione della sfera privata" e "turbamento della pace dei morti".
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