
Dinamismo e stabilità. Sono i due concetti su cui si concentra la relazione della presidente di TiModa Marina Masoni durante l'assemblea dell’associazione tenutasi oggi al LAC. Il primo usato per descrivere il settore della moda, il secondo riferito ad un certo immobilismo politico, soprattutto in materia fiscale. Sulle cifre, la richiesta è cristallina: diminuire l'imposta cantonale sull'utile delle persone giuridiche dal 9% di oggi ad almeno un 6%, l’obiettivo minimo.
"Il 6% è l'obiettivo al quale secondo me dobbiamo tendere, tenendo conto di cosa erano i regimi che sono stati abrogati" ribadisce Masoni ai microfoni di TeleTicino. "Oggi se facciamo un confronto internazionale, il carico fiscale complessivo d'imposte dirette sui territori corrisponderebbe a un carico come quello che abbiamo noi. Dobbiamo calcolare che il 6% è il Cantone, poi ci sono i Comuni e la Confederazione. Il 6% sarebbe quindi l'obiettivo minimo per reggere un confronto internazionale di aziende globali".
I desiderate del settore devono però fare i conti con un'immagine pubblica peggiorata negli ultimi mesi. Le vicissitudini di Gucci (e di riflesso di Luxury Goods), il patteggiamento con le autorità fiscali italiane e il pagamento di 1 miliardo e 250 milioni di euro, hanno gettato ombre sulla Fashion Valley.
"Sulla questione fiscale non ho abbastanza informazioni per rispondere" replica Masoni. "Penso che sia assolutamente normale che un'azienda si sposti valutando anche la differenza delle condizioni quadro tra paesi. Questo è uno dei motivi per cui la Svizzera è stata sotto pressione dalla comunità internazionale. Finalmente domenica scorsa il popolo ha deciso una soluzione ragionevole".
La fiscalità come leva per evitare la fuga di aziende per loro natura mobili. Marina Masoni insiste su questo concetto. E Luxury Goods? Secondo la RSI ed altre voci di corridoio che si stanno inseguendo da alcuni giorni, l’azienda sarebbe pronta a fare le valige. "Non posso dire niente perché non ho nessun elemento per rispondere" conclude Masoni.
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