
Manuele Bertoli è il nuovo presidente del Governo ticinese. Il passaggio di consegne è avvenuto questa mattina a Palazzo delle Orsoline, con Norman Gobbi che ha ceduto il testimone. È la terza volta che il ministro socialista ricopre questa carica: lo aveva già fatto nel 2014 e nel 2017, ma forse è solo nel 2021 che questo ruolo ha assunto così tanta visibilità. “È stato quasi naturale che in questo periodo pandemico il Governo cantonale e federale fossero molto presenti, con cambiamenti quasi giornalieri e misure particolari”, esordisce Bertoli nell’intervista rilasciata a Teleticino in occasione dell’apertura del suo anno presidenziale e probabilmente l’ultimo. “Spero comunque che questa presenza costante, con il miglioramento della situazione sanitaria, possa diradarsi un pochino”.
L’ambiente all’interno del Consiglio di Stato, conferma il ministro, è stato comunque sempre buono e fattivo. “Abbiamo affrontato i temi uno per volta, cercando di essere efficaci e rapidi. Credo che tutto sommato siamo riusciti nell’intento, con le inevitabili sbavature e qualche incomprensione”. Se De Rosa non ha mai fatto mistero di sposare una linea un po’ rigida riguardo alle chiusure, Gobbi ha mostrato una linea più aperturista. Bertoli invece dove si colloca? “Ho sempre cercato di badare all’equilibrio tra quello che è giusto mantenere in termini di prudenza ma anche alla sopportabilità delle misure. Quindi a volte ero più d’accordo con De Rosa, altre volte no. Alla fine abbiamo sempre trovato la quadratura del cerchio”.
Tra i momenti più difficili in questo anno e mezzo di pandemia, Bertoli ricorda le prime decisioni, come la chiusura delle scuole e dell’economia, e la necessità di spiegare a Berna le esigenze del Ticino, situazione che ha comunque avvicinato i colleghi di Governo. Ma poi anche la seconda ondata, con l’aumento del numero dei contagi e Gobbi che aveva parlato di “ultima chiamata”. In questo periodo si erano sollevate anche voci critiche dal mondo della cultura riguardo al limite degli spettatori, che era sceso a 5, per poi essere rivisto a 30. “Purtroppo la cultura e lo sport, che vivono di pubblico e di relazione, hanno subito molto”, sottolinea il direttore del DECS. “Questo sicuramente è spiacevole. Ora è tempo di riprendere fiato, con le prudenze, ma con le aperture che sono necessarie”.
Riguardo al capitolo scuola, la Svizzera ha sempre cercato di mantenere aperto gli istituti a differenza di altri paesi. Come mai è stato possibile? “È difficile da dire”, risponde Bertoli. “La scelta di tenere aperte le scuole è stata una scelta ticinese e svizzera”. Facendo un paragone con la vicina Italia, il ministro afferma che l’errore dei colleghi italiani sia stato di non riaprire alla fine dell’anno scolastico scorso. “Noi lo abbiamo fatto e questo ci ha reso più facile riaprire a settembre. In Italia invece la prima apertura del nuovo anno scolastico ha generato tutta una serie di problemi importanti”.
Guardando alla politica nazionale, il consigliere federale Alain Berset è finito spesso al centro delle critiche per la gestione della seconda ondata. Per Bertoli alcune critiche mosse nei suoi confronti e dell’UFSP “sono giustificate. Non tutto è andato per il verso giusto”. Ma su altre cose “ho trovato alcune critiche molto ‘pelose’. Criticare Berset per non avere abbastanza vaccini, quando è un problema europeo, era una critica facile da parte di chi sa benissimo che, se si fosse trovato nella sua stessa posizione, non avrebbe fatto altrimenti”.
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