
Ieri il Consiglio di Stato ha scritto al Consiglio federale per chiedergli la messa fuori legge delle punizioni corporali per i bambini. Ticinonews ha intervistato Ilario Lodi, direttore di Pro Juventute, per sapere la sua reazione: “È un segnale importante che da un certo senso ci si attendeva ed è di buon auspicio per il proseguo dei lavori”, commenta Lodi, “per lo sviluppo di una mentalità che considera il bambino come un soggetto di diritto a pieno titolo”. Una richiesta però che ha generato qualche resistenza, anche tra i partecipanti a un sondaggio web di Teleticino: “È comprensibile questa resistenza ma il motivo è presto detto: in Svizzera l’educazione è ancora vista come una questione privata, dove lo Stato non deve mettere il becco. Oggi le cose evidentemente non sono più così, e non lo sono mai state. Un ragazzino che riceve un ceffone non è un problema solo a livello di famiglia ma anche a livello di società, anche perché a pagare il prezzo di questo tipo d’educazione è anche la collettività. Il fatto che ci siano delle sacche di resistenza ci obbliga a lavorare ancora di più e a rendere condivisibile l’educazione che forniamo ai nostri ragazzi. Non è una questione privata”.
I problemi delle famiglie di oggi
Sempre più spesso però l’educazione dei figli viene delegata a terzi... “Si possono vedere due aspetti”, commenta Lodi, “da un lato le famiglie hanno l’impressione di non essere capaci di prendersi in cura dei propri ragazzi. Cosa che non è: tutte le famiglie sono in grado di prendersi cura dei propri figli, perché non è un contesto improvvisato ma carico di contenuti. C’è però anche l’altra parte della medaglia: noi abbiamo tendenza come società ad espropriare le famiglie dall’educazione dei propri ragazzi. La pressione sui genitori diventa quindi qualcosa di indotto legato più ai bisogni, per esempio, dell’economia. Oggi sembrerebbe che una vita vissuta senza conoscere l’inglese sia votata al fallimento: è qualcosa di inoculato nelle famiglie e che spesso le famiglie non sanno gestire. Potrei parlare anche della digitalizzazione e di tutto ciò che la globalizzazione porta con se”.
La Svizzera arriva tardi
“Bisogna stare attenti con queste cose”, continua Lodi, “perché il problema dell’educazione dei nostri ragazzi è sempre meno una questione che riguarda padre e madre ma qualcosa che riguarda l’intera società e non solo aspetti di essa”. C’è da dire inoltre che la Svizzera arriva tardi sul piano della protezione dalle percosse: la Svezia si schierò nel 1979 contro l’utilizzo degli scappellotti. Come mai, siamo un paese medioevale? “Assolutamente no. In Svizzera i bambini sono sempre stati al centro delle attenzioni di chi doveva occuparsene, ma io credo che la Svizzera abbia pagato lo scotto di essere un paese ‘al di sopra delle parti’. Non si è mai pensato che i bambini venissero maltrattati quindi si è soprasseduto su quelle che erano ritenute questioni locali o eccezioni”. Tuttavia il motivo principale “è che lo Stato, nella percezione comune, non deve occuparsi di queste cose. Se all’interno di una famiglia ci sono questioni che non tornano secondo il legislatore lo Stato non ha il diritto di dire come le cose dovrebbero andare”.
Per Lodi dunque “i problemi nelle famiglie sono qualcosa che si è cercato di risolvere all’interno delle famiglie, ma vorrei sottolineare che in Svizzera i bambini hanno delle eccellenti occasioni di poter crescere e fare esperienze significative in un contesto protetto. Lo scappellotto non ci sta in nessun caso ma siamo un paese che accoglie e si occupa dei propri pargoli”.
La differenza tra ieri e oggi
Ma, riguardo allo scappellotto, si è sbagliato anni fa minimizzandolo, o è renderlo qualcosa di più grave rispetto alla realtà cercare di bandirlo ora? “Anni fa il mondo era completamente diverso e i bambini erano trattati e considerati in modo diverso”, risponde Lodi, “oggi sappiamo attraverso le esperienze fatte che i bambini sono soggetti di diritto a pieno titolo, non sono piccoli adulti che devono ancora crescere. Ciò implica responsabilità differenti da parte di noi adulti: dobbiamo entrare in relazione alla pari facendo però attenzione alle reciproche responsabilità, senza delegare loro ciò che loro non possono fare ma considerandoli come soggetti importanti con tutti i diritti che abbiamo noi adulti. In passato si andava sopra le righe ma ciò non significa che si stava facendo bene, anzi. I bambini soffrivano e a pagare lo scotto, oltre a loro, era anche la società”.
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