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Nella morsa dell'abusatore: l'importanza del «primo passo»
Quello perpetrato giovedì è il terzo femminicidio del 2026 nel Bellinzonese, il diciassettesimo in Svizzera. Dietro questi numeri ci sono spesso storie di relazioni segnate da abusi, fisici ma anche psicologici, dalle quali uscire può essere estremamente difficile.

Il femminicidio rappresenta quasi sempre l’epilogo di una lunga escalation di violenza, fatta di controllo, paura e manipolazione. A distinguerlo da un omicidio è proprio il movente «di genere»: la donna viene colpita in quanto donna, in una violenza che spesso affonda le sue radici in una relazione di potere e dominio. «Le relazioni perverse sono più potenti delle relazioni d’amore» spiega Angela Andolfo Filippini, psicologa, psicoterapeuta – specializzata in psicotraumatologia – che collabora regolarmente con l’Ufficio per l’Aiuto alle Vittime di Reati «e quindi talvolta è proprio il legame perverso quello difficile da rompere». Si tratta di relazioni dalle quali spesso si vorrebbe scappare ma che allo stesso tempo ci tengono intrappolati e nelle quali si può tendere normalizzare segnali preoccupanti, minimizzando campanelli d’allarme fondamentali.

Non sottovalutare i campanelli d’allarme

«Quando cominciano ad esserci delle tensioni o degli atteggiamenti con caratteristiche abusanti, come il ricorso a toni di voce troppo alti, l’imposizione sull’altro, il controllo e la svalutazione sino alle aggressioni fisiche… credo che quelli siano segnali da non sottovalutare».

«Un aspetto centrale» continua Angela Andolfo Filippini «in queste relazioni è proprio la manipolazione. Spesso l’abusante ha la dote perversa di far sentire l’altra sbagliata e costantemente in errore. Di frequente accade di assistere persone «svuotate», con un’autostima fortemente compromessa, con una perdita pervasiva dei punti di riferimento interni».

L’importanza del primo passo

E in questo contesto si innesta il tema del «primo passo». La cosiddetta «rottura del ghiaccio»: chiedere aiuto, comporre un numero… Apparentemente un gesto semplice, in realtà spesso difficilissimo. «Non solo è difficile, ma spesso è veicolato dalla disperazione: accade di frequente che le donne chiedano aiuto solo quando sono disperate e purtroppo spesso è troppo tardi». Ma il primo passo, da solo, non basta. Per interrompere davvero la spirale della violenza è fondamentale che quella richiesta di aiuto trovi continuità, sostegno e protezione, affinché il coraggio di rompere il silenzio non resti un episodio isolato.

142, un numero per chiedere aiuto

Chiedere aiuto in una situazione di violenza, come detto, può essere molto difficile. Proprio per questo è stato creato il numero 142 per offrire un primo punto di contatto semplice, gratuito e disponibile 24 ore su 24. Operatori qualificati forniscono ascolto, informazioni e orientamento, accompagnando le persone nel primo passo verso una richiesta di aiuto. Inoltre, le vittime possono accedere a strumenti di tutela come il gratuito patrocinio e l'assistenza giudiziaria, affinché i costi legali non rappresentino un ostacolo.