
Con l’ammissione del cognato di Nadia Arcudi, il giallo di Rodero si addentra in una nuova fase, soprattutto di verifica e di confronto con le dichiarazioni rese dall’imputato. In questo frangente la scientifica giocherà un ruolo di prim’ordine. Molti interrogativi aspettano ancora una risposta. Tra questi quello riguardante la collocazione temporale della morte di Nadia.
Secondo le ultime ipotesi degli inquirenti Nadia sarebbe morta a Stabio. Quando il cognato ha abbandonato il suo corpo a Rodero era infatti già morta. Il taglio sulla fronte - compatibile con la caduta nel bosco - è infatti avvenuto post mortem. A stabilirlo l’esito dei primi esami autoptici eseguiti sul copro della giovane maestra. Per una conferma definitiva si dovrà comunque attendere il rapporto finale dell’autopsia.
Intanto il giorno dopo la confessione filtrano nuovi importanti dettagli anche sulla dinamica. Secondo nostre informazioni – e differentemente da quanto scritto finora - gli inquirenti hanno rinvenuto sul corpo di Nadia all’altezza della nuca lividi compatibili con un'aggressione a mani nude. Il cognato di Nadia con ogni probabilità le ha inflitto un forte colpo da tergo. Caduta a terra, mezza tramortita, l’ha poi soffocata con un sacchetto di plastica.
E qui veniamo al rompicapo che ha generato parecchia confusione nelle prime battute dell’inchiesta. Rompicapo che riguardava la posizione del cognato. In un primo tempo infatti si diceva che l’uomo ammetteva di avere avuto un ruolo nell’uccisione senza tuttavia ammettere di averla uccisa. Un vero rompicapo che oggi si spiega con la prima versione fornita agli inquirenti. Il 42enne aveva infatti affermato di avere trovato Nadia mezza morente. E nonostante questo di averle messo un sacchetto di plastica in testa prima di abbandonare il suo corpo a Rodero. Quanto bastava insomma per promuovere comunque da subito anche il reato di omicidio intenzionale.
Poi 26 giorni dopo l’arresto - e questa è storia di ieri - il cognato ha svuotato il sacco, ammettendo anche di averla uccisa. E di averlo fatto tutto da solo.
Francesco Pellegrinelli
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