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Cronaca
Mortale di Grancia, al via il processo. L'imputato: "Cercavo un rilascio d'adrenalina"
Rescue Media
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Daniele Coroneo
3 anni fa
Alla sbarra il 23enne portoghese che quella notte del febbraio 2021 era alla guida dell'auto che concluse la sua folle corsa contro un palo, provocando la morte di una ragazza di 17 anni.

La principale accusa a cui deve rispondere è di omicidio intenzionale per dolo eventuale. Un'imputazione non particolarmente frequente, ma che indica quanto l'accusa ritenga grave la responsabilità dell'imputato. Si è aperto questa mattina davanti alla Corte delle Assise criminali di Lugano il processo per l'incidente mortale di Grancia, avvenuto il 12 febbraio 2021, in cui perse la vita una 17enne del Luganese. Alla sbarra un 23enne cittadino portoghese, quella sera al volante della Polo con la quale si schiantò, capovolgendosi, dopo una corsa per puro divertimento in una stradina a quasi 100 km/h. Nell'impatto, morì la giovane e si ferirono gli altri tre occupanti dell'auto. La Corte è presieduta dal giudice Amos Pagnamenta. Nei confronti del conducente, seduto davanti a un foltissimo pubblico, l'accusa ha ipotizzato il reato di omicidio intenzionale per dolo eventuale. Questa accusa si basa sulla coscienza dell'imputato di rischiare molto. Secondo la Procura, il giovane era infatti perfettamente consapevole di potere causare la morte di qualcuno, ma ha comunque scelto di proseguire con le azioni che hanno infine effettivamente condotto al decesso della giovane passeggera.

La ricostruzione dell'accusa

L'imputato non ha negato la ricostruzione dei fatti riportata nell'atto di accusa firmato dalla procuratrice pubblica Margherita Lanzillo. Quella notte "nevicava leggermente". Secondo l'accusa, l'imputato ha violato "in modo crasso e intenzionalmente specifiche norme della circolazione stradale". Il giovane ha effettuato "manovre pericolose", come "sterzate repentine, retromarcia non conforme, rapidi cambiamenti di direzione allo scopo di schivare i dossi sul rettilineo" e "inversione di marcia azionando il freno a mano". Per compiere queste azioni, l'imputato sarebbe stato "spinto da adrenalina ed esaltato dalla presenza di quattro ragazzi sulla sua autovettura". Secondo la ricostruzione, quella notte l'allora 20enne iniziò la sua corsa "all'interno del parcheggio coperto, raggiungendo la velocità di 55 km/h, sul tratto rettilineo che porta all'uscita del posteggio, imboccando il rettifilo adiacente ai capannoni, fino a raggiungere una velocità di oltre 90 km/h". In aula è stato specificato che una perizia ha indicato in 30-33 km/h la velocità massima adeguata per quel tratto di strada. Sulla stradina l'imputato ha in seguito raggiunto una velocità compresa tra i 101 km/h e 105 km/h, sterzando e controsterzando. Le manovre "hanno causato accelerazioni laterali tali da destabilizzare il veicolo, provocandone il ribaltamento e la collisione contro un pilastro".

"Sapevo che il rischio c'era"

Ripercorrendo i fatti della sera dell'incidente, il 23enne ha mostrato alcuni vuoti di memoria sull'ordine degli avvenimenti. "Perché avete deciso di andare a Grancia?", ha domandato il giudice. "Era quasi un'abitudine fare una sosta a Grancia. E quella sera sapevo che avremmo fatto un giro in auto". La corsa di quel 12 febbraio non fu la prima: in aula, l'imputato non ha saputo dire esattamente quando il gruppo di amici abbia iniziato questa pratica, ripetuta in almeno sette occasioni. "Era però nel periodo del lockdown. Era un modo per trovarsi malgrado fosse tutto chiuso". Il 23enne ha ammesso che con queste corse cercava "un rilascio di adrenalina. Era uno stato d'eccitazione, non so come spiegarlo". "Ma lei - lo ha incalzato il giudice - non ha valutato il fatto che anche altri potessero essere messi in pericolo?". "Non ero molto lucido. Sapevo che c'era un rischio, ma lo facevo anche perché c'erano gli altri che mi spingevano a farlo". Il 23enne ha dichiarato che riteneva 40-50 km/h una velocità adeguata su quella stradina.

"Perché non ha rallentato?"

L'imputato ha sempre risposto alle domande del giudice. Solo in un'occasione si è lasciato sopraffare dalla commozione, non riuscendo a replicare quando Pagnamenta gli ha chiesto perché non avesse rallentato quella sera.

Le dritte dell'amico su come driftare

"Nei verbali lei ha affermato che in Portogallo ha un amico pilota che le ha dato alcuni consigli", ha fatto notare il giudice. "Non era un pilota professionista, aveva solo seguito un corso dove spiegano anche come driftare. Mi ha dato dei consigli su come controllare il veicolo durante percorsi ad alta velocità. Ma non ho seguito nessuno di questi corsi". Pagnamenta ha quindi incalzato l'imputato: "Il suo amico non le ha detto che queste cose non si fanno in strada?" "Io sapevo che queste cose non si fanno per strada".

"Sto affrontando i miei sensi di colpa"

Il 23enne oggi alla sbarra sta vedendo regolarmente uno psicologo. Dopo i fatti, ha spiegato in aula, sua madre è deceduta. "In quel periodo ho preferito focalizzarmi sullo studio e non vedere più la dottoressa". La morte della madre ha portato il giovane a sospendere le visite temporaneamente, nel frattempo riprese. "Ma lei vede una psicologa per l'incidente di Grancia o per sua madre?", ha chiesto il giudice. "Entrambe le cose. Sto affrontando i miei sensi di colpa per l'incidente".

Più imputazioni

Un'eventuale condanna per omicidio intenzionale per dolo eventuale si tradurrebbe in una pena compresa tra un minimo di cinque e un massimo di 20 anni. Al processo, nella Corte, sono presenti anche gli assessori giurati, la cui presenza è non a caso necessaria quando l'accusa richiede una pena di almeno 5 anni. Il 23enne portoghese è chiamato a rispondere anche di altre imputazioni, in particolare esposizione a pericolo di vita altrui e lesioni intenzionali gravi per dolo eventuale per avere ferito gli altri occupanti dell'auto. All'epoca 16enne, uno di questi rischiò la vita. Gli altri due, che allora avevano 16 e 19 anni, rimediarono ferite di media gravità.