
Morire a 14 anni per colpa di Internet. Questa affermazione può sembrare una forzatura. E forse lo è. Ma la cronaca recente è impietosa. Carolina di Novara è morta suicida la notte del 4 gennaio. Dalla ricostruzione sembra che la ragazza, durante una festa, abbia fatto qualche cosa che in seguito ha scatenato una reazione di Facebook. Frasi apparse sul socialnetwork e che hanno fatto il giro del web, portando la giovane all’esasperazione e al gesto estremo. Cyberbullismo si chiama. La nuova frontiera del dileggio. La storia di Carolina è quella di altre ragazze e ragazzi, i quali non si sono suicidati, ma vivono dei drammi interni che ne mettono a serio repentaglio l’equilibrio psichico, già messo a dura prova da quel periodo della vita che si chiama adolescenza. La Svizzera non è certo un’isola felice in questo contesto. L’ultimo caso, come denuncia Pro Juventute, è quello di un giovane che ha caricato un video di sesso della sua ex-ragazza su Facebook. In brevissimo tempo tale video si è diffuso, arrivando a rimandi persino su alcune pagine Facebook aziendali. Abbiamo voluto analizzare da vicino questo fenomeno con l’aiuto di Ilario Lodi, responsabile per il Ticino di Pro Juventute. Soprattutto abbiamo voluto sapere quale è l’ampiezza del fenomeno alle nostre latitudini. Una domanda quasi retorica ma che va fatta. Anche da noi esiste il problema?“Certo, assolutamente. È nascosto in quanto se ne parla poco. Mi spingo a dire che è addirittura virulento, per vari motivi”. Ovvero? “Il motivo principale è dovuto al fatto che in precedenza il bullismo era una questione che iniziava tra due persone e finiva lì. C’era la componente fisica. Oggi è ancora fisica ma solo in un secondo momento quando i buoi sono fuori dalla stalla, quando la situazione è compromessa”. Qual è il punto centrale di questa nuova forma di bullismo? “Il fatto centrale è che c’è di mezzo il virtuale. L’atto non si esaurisce all’interno della cerchia di amici, ma si evolve in un contesto incontrollabile. Una volta che la notizia è partita è nel cybermondo se ne può impossessare chiunque e può modificarla. Ecco il motivo per il quale sfugge al controllo. In questo caso – continua Lodi – non c’è genitore che tenga e nemmeno la scuola può fare qualche cosa”. Quindi bisogna prevenire queste situazioni. Come? “In verità è semplice. Basta adottare quelle 4-5 regole che le famiglie possono adottare e che permettono a loro di interagire con i loro figli anche sul piano prettamente informatico”. Sentiamole queste regole… “Rispettare i limiti di età di utilizzo degli strumenti informatici, fissare degli orari di utilizzazione del computer, assicurarsi la cerchia di amicizie, cercare di interpretare i silenzi quando si chiede al ragazzo con chi ha interagito sul computer. In poche parole: stare vicino ai figli”. I genitori sono in grado di “stare vicino ai figli” anche nell’approccio ai socialnetwork? “Noi, per noi intendo quelli della generazione dei quarantenni, siamo rimasti indietro rispetto ai ragazzi. Abbiamo accumulato un ritardo sul piano tecnico, ma anche sul piano delle modalità di comunicazione che non ci permette di vedere con serenità i nuovi modi con i giovani si relazionano. Non si sa più cosa sia giusto cosa sia sbagliato”. Si spieghi meglio “Chiedete a un ragazzo cosa vuol dire la privacy. Il concetto è totalmente diverso da quello che intendevamo noi. Ora la privacy è non avere i genitori come amici su Facebook, per esempio. È cambiato il modo di percepire la realtà. E anche il modo radicale di pensare questa realtà. Noi avevamo dei parametri con i quali ci relazionavamo con il mondo diversi da quelli dei ragazzi”. [email protected]
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