
All’indomani del fatto di sangue di Monte Carasso, dove un 53enne si è appostato e ha ucciso la moglie prima di rivolgere l’arma contro di sé, in Ticino regna lo sgomento, e nella comunità aramaica ticinese nessuno si sarebbe aspettato un gesto simile: “La comunità è veramente scioccata”, racconta a Teleticino Melki Toprak, Presidente della Federazione svizzera degli Aramei, “ma secondo me anche la comunità ticinese in generale è dispiaciuta. È chiaro che è una cosa che non doveva finire in questo modo”.
“Lo conoscevo molto bene, sembravano felici”
Una vicenda da cui Toprak è stato toccato da vicino: “Io lo conoscevo molto bene”, dice, parlando dell’autore del gesto, “mentre vedevo spesso la signora durante le messe. Quando lo incontravo in giro lo vedevo sempre con il sorriso perché al di là della separazione stavano bene, erano molto integrati e felici”, racconta, accennando anche alle difficoltà della coppia: “Si erano separati da circa 2-3 e anni, e si vedeva che lui voleva tornare con lei. Un anno e mezzo fa addrittiura un vescovo libanese che conosceva entrambe le famiglie, dato che tutti e due vengono dalla Siria, aveva cercato di trovare delle soluzioni e ricucire lo strappo. Però non è servito, anche se allo stesso tempo c’era un dialogo e continuavano a discutere. Chiaro che nessuno si aspettava che si arrivasse a questo punto”. Va comunque specificato che, secondo indiscrezioni raccolte dalla RSI, l’uomo avrebbe seguito più volte la moglie, assillandola di richieste di tornare insieme e minacciando di fare male ai figli se si fosse rivolta alla polizia.
Femminicidi: Svizzera in cima alla classifica europea
Un atto purtroppo non più inusuale: negli ultimi anni sembrano infatti accumularsi i casi di femminicidio nel nostro Cantone, dai due anziani trovati morti a inizio marzo a Breganzona (anche qui l’ipotesi è di omicidio-suicidio) al poliziotto di Giubiasco che nel 2020 uccise la ex moglie e l’amante in pieno giorno, all’interno di un bar, prima di togliersi la vita. Nel 2017 invece un 39enne eritreo spinse dal balcone la moglie, atto per cui è stato condannato pochi mesi fa, mentre pochi giorni prima un 57 macedone uccise la moglie a colpi di pistola. Un fenomeno allarmante in Svizzera, che con 0,4 femminicidi ogni 100’000 donne si pone ai vertici della classifica europea, come spiega Vera Conforti della rete “nate il 14 giugno”: “Si parla di 5 casi all’anno già da diversi anni. Credo che quest’anno supereremo anche questa cifra”.
“Si tende a legittimare l’uomo”
“In questo senso ‘nate il 14 giugno’ identifica anche nel femminicidio e specialmente della narazione che i media fanno del femminicidio un problema”, continua Conforti, “perché continuiamo a parlare di omicidio passionale o del rifiuto che la donna oppone all’uomo, inserendo questo discorso all’interno di un quadro culturale in cui in fondo un uomo è autorizzato al momento di un rifiuto a porre dei rimedi estremi”. Atti estremi spesso preceduti da botte e percosse e insulti che spesso le donne hanno paura a denunciare, anche a causa di margini giuridici a volta ristretti e su cui il coronavirus ha avuto un’incidenza: “In Svizzera i dati usciti a inizio del mese indicano che durante il confinamento sono diminuiti i casi di denuncia di violenza per poi aumentare dopo il confinamento, quando si è stati in condizione di poter accedere alle strutture di ascolto o alla polizia. Questo ci fa capire che è sempre necessario essere vigili, a livello cantonale e federale era anche stata attivata una task force, però probabilmente bisogna fare di più”.
Marina Carobbio: “Non si deve parlare più di omicidio passionale”
Anche alcune parti politiche sembrano iniziare a prendere atto della situazione: “Il mio cordoglio va alla famiglia, io a Berna sto lavorando affinché nei dibattiti pubblici e nei media non si usi più il termine ‘omicidio passionale’ o ‘delitto passionale’ ma si parli di femminicidio”, ha dichiarato a Teleticino la consigliera agli Stati Marina Carobbio Guscetti, “proprio perché si tratta di un omicidio di una donna da parte di un uomo proprio perché si tratta di una donna e non si giustifichi con il termine passionare o di affetto o di amore”. Questo anche perché “in Svizzera il numero di donne uccise è in aumento”.
Ma cosa fare nel concreto? “Avevo chiesto di modificare il codice penale per cambiare questa definizione, ma purtroppo la proposta è stata bocciata agli Stati con solo 4 voti di scarto”, risponde Carobbio-Guscetti, “Adesso sto valutando con dei colleghi, visto il margine risicato, di vedere come si può riportare il discorso a livello commissionale per modificare il codice penale. Bisogna intervenire sul linguaggio e sulle parole ma ci vogliono anche i mezzi adeguati, con un potenziamento delle strutture per vittime di violenza domestica da parte di Cantone e Confederazione, con un’importante campagna di sensibilizzazione”.
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