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Ticino
"Mio figlio mi odia"
Redazione
14 anni fa
"L’ho cresciuto da sola e lui in cambio ha distrutto la mia famiglia.” Oggi, per la prima volta, Mitra Djordjevic ha mostrato un’emozione

“Mio figlio mi odia. L’ho cresciuto da sola e lui in cambio ha distrutto la mia famiglia, ha distrutto tutta la mia vita.” Per la prima volta Mitra Djordjevic, ha mostrato un’emozione. La 49enne serba in aula alle assise criminali di Bellinzona con l’accusa di aver spinto il figlio, allora minorenne, ad assassinare il marito Arno Garatti, per 3 giorni era rimasta impassibile. Mai quel tono sempre uguale, quello sguardo sicuro si era incrinato, neppure per un istante. Anche se in aula la donna si gioca la libertà contro una vita passata dietro le sbarre. Anche se a puntare il dito contro di lei è proprio il figlio. Quel ragazzo cresciuto troppo in fretta o forse mai stato bambino, che in una notte di luglio ha impugnato un’ ascia e fatto a pezzi un uomo. Ma, quando il giudice Claudio Zali l’ha messa di fronte ad alcune contraddizioni nelle sue deposizioni, per la prima volta si è scomposta: rabbia o paura, chi lo sa. E quando il suo avvocato si è alzato in piedi sventolando una foto, quella di Garatti, lei ha pianto. Ma le sue lacrime non sono state le sole. Madre e sorella della vittima a quel punto non hanno più potuto resistere: troppo dolore, troppo da sopportare. Hanno lasciato l’aula. E il pubblico in sala, sorpreso, ha alzato lo sguardo. Era attento quando la procuratrice pubblica Marisa Alfier è tornata ad accusarla di aver sposato un uomo fragile e menomato solo per vivere in Svizzera. Tante sono le questioni che ad un passo dalla fine del processo rimangono aperte. In quei giorni era in Serbia per questioni burocratiche o solo per procurarsi un alibi? E ancora, sapeva che Arno era morto o lo aveva davvero scoperto solo 7 giorni dopo? Domande che forse non avranno mai una risposta. Domande che si aggiungono a quelle lasciate sul campo dagli altri due imputati che in mattinata hanno ricostruito i loro giorni subito dopo l’omicidio in compagnia del ragazzo. Di come il giovane raccontasse candidamente di aver ucciso il patrigno e poi progettasse di sbarazzarsene. Sono poche le certezze: un’ascia insanguinata, il corpo di un uomo fatto a pezzi e nascosto in una valigia, la puzza di morte che secondo gli imputati, quel ragazzo si portava addosso.

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