
“Adesso io e mia moglie ci siamo fatti un tatuaggio sul braccio col nome del nostro bimbo. Quel Noah lo abbiamo voluto scolpito sulla nostra pelle per sempre. E’ solo qualcosa di simbolico è vero, ma per noi ha un valore immenso e confidiamo nel fatto che ci possa unire ancora di più e che ci aiuti a superare questi momenti tremendi”. Parla Mario, 25 anni, il padre del bimbo morto di 9 mesi soffocato da un sacchetto di plastica lo scorso martedì. Oggi il giovane padre vuole raccontare quanto capitato sentendo “un bisogno impellente di far sapere a tutti come sono effettivamente andate le cose - spiega ancora Mario dalle colonne del Corriere del Ticino -. Non per smania di protagonismo, ma perché io, e in particolare mia moglie, in questo momento abbiamo bisogno del sostegno di tutti, di rendere tutti partecipi del nostro dramma per aiutarci a poterlo per quanto possibile superare”. “La mattina di martedì scorso - racconta ancora Mario - ero a Manno per seguire dei corsi alla Supsi. Mia moglie verso le 11 mi chiama dicendosi preoccupata perché Noah continua a dormire. Siccome aveva appena avuto il raffreddore la tranquillizzo e le consiglio di proseguire nelle sue faccende di casa. Nel frattempo il fratellino stava guardando i suoi cartoni preferiti alla televisione. Ma poco più di un’ora dopo il cellulare squilla ancora e dall’altro capo sento la voce di Sara come mai l’avevo sentita: urlava, si straziava e mi gridava fra i singhiozzi che nostro figlio è morto, è morto. Al momento non riesco a capire bene cosa sia successo, cerco di calmarla ma dentro di me sentivo già che qualcosa di grave era accaduto. Ed è a questo punto che riesco ad afferrare quanto Sara cercava disperatamente di dirmi, che era andata nella cameretta e che aveva visto Noah immobile steso nel lettino a pancia in giù, con la testa avvolta in un sacchettino di plastica e con un’espressione del volto da far impressione. A quel punto, con un angoscia profonda, mi è venuto alla mente il sacchetto con le salviette che avevo stupidamente lasciato la sera prima nel lettino dopo averlo cambiato. A nulla è poi valsa la corsa in ospedale e i tentativi di rianimazione e anch’io quando sono giunto a Locarno ho potuto vedere il mio bimbo che era oramai purtroppo già morto”. “Con mio figlio - termina il giovane padre - anche mia moglie è morta. Ora sta molto male e per andare avanti deve far ricorso a dei medicamenti. Le tornano a galla molti inutili sensi di colpa, mi continua a ripetere che ha bisogno di sapere che è stata una brava madre, che ha bisogno di incontrare persone che le diano conforto in nome della famiglia felice che fino solo all’altro giorno eravamo. Non chiediamo tanto, credo. Solo di poter riuscire a elaborare questa tragedia e poter continuare a vivere perché lo dobbiamo anche a Miguel che ancora non si è reso conto di aver per sempre perso il suo amato fratellino”.
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