
Dopo il ritiro delle truppe occidentali e la conquista del paese da parte dei Talebani, gli occhi del mondo sono puntati sull’Afghanistan. Le immagini delle migliaia di persone in fuga, accalcate lunedì all’aeroporto di Kabul, hanno fatto il giro del globo. Ma qual è la situazione oggi nella capitale? I colleghi di Radio 3i lo hanno chiesto ad Alberto Cairo, medico e da oltre trent’anni delegato della Croce Rossa in Afghanistan, mentre Teleticino ha incontrato Jamileh Amini, una giovane donne nata e cresciuta nel paese.
“Una situazione tranquilla, ma non serena”
Attualmente non ci sono scontri a Kabul, da quel punto di vista è tranquillo, racconta il medico. Ma è una calma apparente e l’immagine della città è cambiata. “Ai posti di blocco ora non ci sono più forze governative in uniforme, ma uomini che vestono con gli abiti tradizionali, vestiti da mujaheddin”, spiega Cairo. “Qualcuno di loro è a piedi nudi, con i capelli lunghi,...è un’immagine completamente diversa rispetto a prima. Non c’è inoltre il solito traffico, ci sono molte meno auto e molta meno gente per strada. Sono pochissime le donne in giro. Questo è quello che si vede, quello che invece uno sente è diverso. Non c’è tranquillità, la gente è guardinga e cerca di capire cosa succederà. C’è ancora shock per quello che è successo, non ci si aspettava un cambiamento così rapido”. Il medico dice comunque di non avere paura e che non intende lasciare il paese. “Lavoriamo per il comittato internazionale della Croce rossa e sappiamo benissimo che lavoriamo in paesi in cui c’è la guerra, ci sono quindi dei rischi e sappiamo che c’è la possibilità di essere feriti o forse uccisi. Non siamo eroi e prendiamo tutte le precauzioni necessarie, ma il lavoro va fatto. Cerco quindi di lavorare serenamente insieme agli altri colleghi e vediamo cosa succede giorno per giorno”.
La prospettiva di una giovane donna afgana che vive in Ticino
Jamileh Amini, nata e cresciuta nel paese dell’Asia centrale, dal 2011 vive a Lugano con la sua famiglia, il marito e i due bimbi. Lavora come mediatrice interculturale con le donne afgane e iraniane. L’arrivo dei talebani l’ha vissuta sulla sua pelle, quando era bambina, negli anni ‘90. “Ho vissuto una brutta infanzia e solo quando ero grande ho capito cosa fosse successo. Le donne non potevano andare da sole al mercato, se non accompagnate da un uomo, e neanch’io potevo uscire con mia mamma”. Inoltre, aggiunge, “io sognavo di studiare ma non potevo, perché le scuole non c’erano”. Jamileh ha diversi parenti rimasti in Afghanistan, ad Herat, anche se la maggior parte per fortuna è riuscita a lasciare il paese in precedenza.
Rivedere dunque le immagini dei talebani riconquistare il paese ha riaperto vecchie ferite. “È incredibile come le cose sono cambiate, la pagina si è voltata molto velocemente. Non me lo aspettavo. Vedere il popolo che sta soffrendo è terribile. La loro vita è cambiata, soprattutto le donne sono in pericolo e di nuovo devono portare il burqa, che io ritengo come una prigione”. Tanti i quesiti frullano nella testa di Amini di fronte a questa situazione inaspettata. “L’Afghanistan non si merita questo, non fa parte del mondo?” si chiede la giovane donna, che aggiunge “purtroppo è una continua agonia”. La paura adesso è che le conquiste di tutti questi anni, al di là dei proclami dei talebani, spariscano nel nulla: “Le donne hanno fatto incredibili passi avanti, ma non facilmente. Si sono inserite nel mondo del lavoro, ora dove sono finite? Dietro porte chiuse. Mi spezza il cuore che non posso fare qualcosa di concreto”. E intanto, i dubbi sul perché l’avanzata dei talebani sia stata così repentina continuano: “L’esercito afghano in teoria dopo vent’anni era pronto... hanno visto cos’era successo alla generazione precedente. Non capisco ancora, penso che sia presto per sapere il motivo, i leader sono scappati e sono rimasti i poveri”.
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