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“Mi sono immaginata più volte la partenza, ma l’emozione è molto forte”
“Mi sono immaginata più volte la partenza, ma l’emozione è molto forte”
“Mi sono immaginata più volte la partenza, ma l’emozione è molto forte”
Redazione
7 anni fa
Barbara e Francesco sono partiti ieri sera per la Bolivia, rimarranno lì tre anni e lavoreranno a un progetto di cooperazione e sviluppo.

Barbara Banfi e Francesco Negri, due giovani ticinesi, sono partiti ieri sera con Comundo, la maggiore organizzazione svizzera di cooperazione allo sviluppo attraverso l’interscambio di persone. Destinazione? Bolivia, dove resteranno per tre anni come cooperanti per lavorare con organizzazioni non governative locali. Un’esperienza autentica, una decisione importante, una consapevolezza del mondo che ti spinge a scelte coraggiose. Barbara ci ha raccontato che cosa si prova a fare una scelta del genere: "Ammetto, che malgrado più volte mi sono immaginata il momento della partenza, l’emozione è molto forte, il tempo non sembra bastare per fare tutte le cose in programma e soprattutto per salutare le persone care."

Che cosa vi ha spinto a partire?“Entrambi siamo operatori sociali e condividiamo la passione per il viaggio e la curiosità per le culture di altre realtà; eravamo propensi a partire e a fare esperienze all’estero. Io in passato ho fatto esperienze di volontariato in Messico per alcuni mesi e in seguito girato per il centro America a ‘zaino in spalla’. Francesco ha vissuto in Francia e in seguito ha trascorso un mese in Mongolia. Da questa premessa, abbiamo cominciato a informarci per capire se ci fosse la possibilità di combinare questi aspetti alla nostra professione in qualità di operatori sociali. Così, ci siamo iscritti al CAS in Cooperazione e sviluppo offerto dalla SUPSI, formazione che ci ha permesso di conoscere meglio la complessità di questo settore professionale ed acquisire delle competenze specifiche. Contemporaneamente è iniziata la riflessione per capire come concretizzare una partenza ma questa volta a livello professionale. Di conseguenza, ci siamo rivolti a Comundo, era la cosa che faceva più a caso nostro. Infatti, Comundo attua una forma di cooperazione attraverso l’interscambio di persone: invia cooperanti dopo aver abbinato i loro profili professionali alle richieste di personale delle ONG locali dei diversi Paesi partner. Per noi era perfetto, perché condividiamo il valore di poter recarsi in un Paese, poter inserirsi in un progetto promosso dalle persone locali, lavorare insieme promuovendo uno scambio costruttivo di competenze ed esperienze con i partner locali”. Questi sono tutti elementi che hanno contribuito alla volontà e l‘interesse di sperimentarsi professionalmente in nuovi contesti; mettendo a disposizione le competenze acquisite nelle nostre esperienze lavorative precedenti per contribuire ad una maggiore giustizia sociale a livello globale e per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni coinvolte.”

Dove lavorerete?“Al momento è stato possibile trovare un progetto solo per me, lavorerò con un’organizzazione che si chiama “Ciudadanía”, tradotta in italiano, “Cittadinanza”. L’organizzazione lavora a favore di una cittadinanza attiva, promuove la sua azione attraverso la diffusione di conoscenza finalizzata a una democrazia che parta dai cittadini stessi. La filosofia è quella che per promuovere la democrazia è necessaria una diffusione di conoscenza e informazione di tutto quello che riguarda il proprio contesto e le situazioni che contribuiscono a una vulnerabilità. Nello specifico lavorerò in un progetto di sviluppo territoriale con un’ottica di equità di genere, in concreto il progetto mira a creare dei momenti di incontro e confronto per elaborare delle proposte di iniziative politiche, per poter richiedere il sostegno del Municipio nella creazione di servizi di cura e assistenza come per esempio asili nidi, centri diurni e simili, questi centri sono delle azioni concrete per permettere alle donne una migliore conciliabilità tra la sfera privata, lavorativa e la partecipazione allo spazio pubblico e politico. Attualmente per questioni culturali e strutturali, sono le donne le responsabili della cura dei figli e dei cari bisognosi di assistenza. Questo però, purtroppo, significa rinunciare al lavoro, agli studi ma anche alla partecipazione politica. Per quanto riguarda Francesco non ci è possibile raccontare del progetto in cui collaborerà, al momento si tratta di diverse possibilità, che una volta arrivati in loco verranno valutate per comprendere quale possa essere l'abbinamento migliore.”

Ma come mai la Bolivia?“Come dicevo prima Comundo promuove una cooperazione attraverso l’interscambio di persone; dunque possiamo dire che solo in parte è stata una decisione quella di partire proprio per la Bolivia, è stata un’occasione che abbiamo colto con entusiasmo.”

Come avete reagito quando avete scoperto di poter partire?“Quando abbiamo saputo che la partenza era concreta, eravamo molto contenti. Era indifferente il paese purché ci fosse la possibilità di fare un progetto che corrispondesse alla spendibilità delle nostre risorse. Diciamo che si tratta di un percorso, Comundo ci tiene a formare i propri candidati, si partecipa a una settimana di formazione a Lucerna, viene richiesta la partecipazione ad alcuni moduli del CAS in cooperazione e Sviluppo e vengono anche organizzati dei fine settimana durante i quali ci si confronta, c’è la possibilità di incontrare ex cooperanti e sentire le loro esperienze e vengono proposte delle attività per riflettere sui diversi aspetti e scenari che contempla un’esperienza di questo tipo, anche sulla durata visto che si può scegliere se partire per un anno o per tre. Sono tutti aspetti che per l’appunto fanno parto di un percorso, costruito passo dopo passo e che ci ha portato poi in Bolivia”.

Perché tre anni e perché non uno?“La scelta nasce dalla volontà di prendersi il tempo per questa esperienza. Affrontare il momento di transizione tra la partenza e l’arrivo, il nuovo inizio, inserirsi gradualmente in un nuovo Paese, comprendere le dinamiche e inserirsi in un contesto lavorativo, sono tutti aspetti che richiedono tempo, pazienza e cura.”

È stata dura lasciare tutto?“Abbiamo lasciato tutto sì, avevamo il nostro appartamento, il nostro lavoro. Diciamo che ci siamo resi conto all’ultimo di che cosa significasse, prima era quasi intangibile, facilitati anche dal fatto che non siamo particolarmente attaccati alle cose materiali. In ogni caso nell’ultima settimana, quando saluti la tua famiglia, gli amici, ti rendi davvero conto che sarà un distacco lungo.”

Quando lo avete detto alla vostra famiglia e ai vostri amici come hanno reagito?“Da parte di tutti, dopo un po’ di sconforto per le mamme che insomma hanno capito che cosa voleva dire allontanarsi per tanto tempo, abbiamo ricevuto un grande sostegno. Erano tutti felici di veder realizzare il nostro percorso, abbiamo trovato un grandissimo sostegno anche da parte dei colleghi di lavoro.”

Pensate ci possa essere la possibilità di non tornare di più?“Tante persone ci hanno fatto questa domanda, ora in realtà è difficile da dire, magari sarà più tempo, magari, perché no un altro paese, magari rientreremo in Svizzera. Non ci sono programmi futuri, ora siamo focalizzati su quello che ci aspetta nel presente.”

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