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Lugano
«Mi ritengo in pericolo dopo i file audio»: la lettera della 52enne letta al presidio contro la violenza
Redazione
5 ore fa
A Lugano un centinaio di persone si è riunito di fronte al Ministero pubblico per chiedere giustizia e maggiore tutela per le vittime di violenza

«Perché nessuna venga lasciata sola. Chiediamo chiarezza, verità, giustizia». È il messaggio comparso sugli striscioni esposti questa sera davanti al Ministero pubblico di Lugano, dove si è svolto un presidio a sostegno delle vittime di violenza, in particolare della violenza di genere. Un centinaio le persone presenti. Il tema è tornato d’attualità quest’estate, con il femminicidio in Leventina e la crisi istituzionale che ha coinvolto il Cantone. Al centro dell’attenzione anche il caso della 52enne annegata a Melide, che aveva pubblicato i file audio di Claudio Zali. «Ci sono stati 17 femminicidi in Svizzera, tre in Ticino», ha ricordato una delle attiviste promotrici. «Non sappiamo cosa sia successo a Sabrina – nome di fantasia utilizzato per riferirsi alla 52enne – ma sappiamo che aveva denunciato diverse violenze che, secondo noi, andavano indagate. Ci si chiede se siano state attivate le adeguate misure, se sia stata tutelata».

La lettera della 52enne letta al presidio

A sostegno di questa tesi è stata letta la lettera che la 52enne aveva inviato al collettivo Io l’8 ogni giorno in occasione del presidio del 29 luglio, organizzato per chiedere le dimissioni di Zali. Nella missiva, la 52enne spiega di non poter partecipare personalmente per motivi di sicurezza: «Mi ritengo in pericolo dopo la pubblicazione su Instagram degli audio».

La donna spiega anche perché ha deciso di pubblicare gli audio e perché con queste tempistiche. «Dai vari interventi e commenti che ho letto si insinua che dietro ci sia una fantomatica regia politica: posso dirlo con la mano sul cuore, non c'è niente di più falso. La decisione di pubblicarli è legata a vicende personali accadute negli ultimi mesi. Inoltre, sono riuscita a uscire allo scoperto anche grazie a una vera presa a carico psicologica che mi ha portato a fare dei cambiamenti, che mi ha reso maggiormente consapevole di quello che stava succedendo e mi ha dato più coraggio». «Quando si vive una situazione di violenza, che sia verbale o fisica oppure di ogni altra specie, è difficile reagire per tempo. Prevalgono i sensi di colpa, il sentirsi inadeguati e perfino il credere di meritarselo».

Nessuno le ha chiesto di pubblicare gli audio, precisa. Una scelta per la quale, sottolinea, «probabilmente dovrò pagarne le conseguenze», riferendosi al fatto di aver registrato all'insaputa del ministro le conversazioni. «È stata una scelta personale e difficile. Nemmeno i miei più cari amici lo sapevano». La scelta è scaturita dopo una lunga riflessione e per un «grandissimo senso di ingiustizia che non riuscivo a sanare. E allora ho agito».

Una decisione che, racconta, è stata presa nella consapevolezza dei rischi e delle possibili conseguenze, ma che ha ritenuto necessaria per dare voce a quanto vissuto e denunciare una situazione che, a suo dire, non poteva più essere ignorata. «Ho corso dei rischi, e li sto correndo tuttora, tant'è vero che sono qui solo per lettera e non in presenza, ma ho deciso consciamente di farlo e non me ne pento. Sono più importanti le mie parole che il mio volto. Non cerco notorietà, ma solo giustizia».

E proprio sulla giustizia si concentra il passaggio successivo della lettera: «Una giustizia che mi ha spinta ad agire al di sopra delle speculazioni politiche e al di fuori di ogni strategia elettorale. Per questo posso dirvelo ad alta voce e con la coscienza pulita: nessun rappresentante delle istituzioni può comportarsi nei toni e nelle modalità che ho denunciato», conclude, ringraziando a chi le ha dato sostegno e invitando a chi ha vissuto una situazione analoga di «rivolgersi alle forze dell'ordine e di denunciare l'accaduto».

La decisione di leggere la lettera

La decisione di leggere pubblicamente la lettera è stata spiegata a Ticinonews da Barbara Di Marco con la volontà di «dare voce» alle parole della 52enne e alla sua battaglia contro la violenza di genere. «Anche se non c'è più, oggi abbiamo il dovere di dare ancora voce alle sue parole e alla sua lotta», ha detto. Una scelta che, secondo Di Marco, riguarda anche tutte le altre vittime: «Oggi siamo qui per Sabrina, ma sono tematiche che riguardano tutte le vittime di violenza di genere»