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Ripartenze
«Mi hanno costretto a scrivere "Amo il Donbass" sul muro con il mio stesso sangue»
Da Donetsk al Ticino: il racconto di Anna tra guerra, prigionia e una nuova vita.

Nel 2013 Anna ha partecipato a pacifiche manifestazioni filo-ucraine a Donetsk quando la situazione stava già diventando pericolosa. Ha visto la città sprofondare lentamente nella paura e nella violenza. È stata rapita e torturata per il suo impegno civico. È stata prigioniera nel 2014, è sopravvissuta ed è riuscita a iniziare una nuova vita. Ma ancora oggi rabbrividisce al solo sentire bussare alla porta. Ora vive in Ticino, dipinge e condivide la sua storia.

Come è iniziato tutto?

«Gli eventi principali sono iniziati con Maidan nel novembre 2013. A Kiev, la gente è scesa in piazza per protestare contro la decisione del presidente Yanukovych di rifiutare la firma dell’accordo di associazione tra l’Ucraina e l’UE. In quel periodo mi trovavo in vacanza in un’altra città, quando un mio amico mi ha chiamato dicendomi: «Sai, Anya, stiamo per entrare nell’Unione Europea». Prima di allora non ero politicamente attiva, il mio lavoro di agente immobiliare mi teneva lontana con viaggi periodici. Il mio amico mi invitò a degli incontri, dove vidi molte persone impegnate: professori, studenti, giornalisti. Mi resi conto di essermi persa qualcosa in tutti quegli anni e che in realtà era in atto un grande processo di riavvicinamento con l’Europa. Guardavamo le notizie da Maidan a Kiev e raccoglievamo materiale per i manifestanti. Dopo il pestaggio degli studenti in piazza Maidan, sentimmo che il Paese era in grave pericolo e verso la fine di novembre iniziammo a organizzarci anche a Donetsk. Ogni sera ci riunivamo a discutere della situazione. Sapevamo che se fossimo rimasti in silenzio, la situazione sarebbe sicuramente peggiorata. Eravamo coscienti che da un momento all'altro sarebbe potuto arrivare un autobus pieno di «titushki» * che ci avrebbero picchiato. A dicembre iniziarono a intimidirci».

Cosa facevano le autorità?

«Ogni giorno eravamo obbligati a ottenere il permesso dall'amministrazione regionale per i nostri raduni pacifici quotidiani in piazza. A dicembre, più volte, l'amministrazione regionale autorizzò manifestazioni di forze filorusse con i «titushki», proprio mentre noi tenevamo le nostre. Alcuni di loro affermavano di essere stati pagati per partecipare o di essere stati minacciati di licenziamento. Nonostante questo, continuammo a protestare e a sostenere Maidan».

Come reagiva la città?

«La maggior parte delle persone faceva finta che nulla stesse accadendo. Questo era doloroso. Sentivamo che si stava avvicinando un punto di non ritorno».

Quando la situazione è peggiorata?

«Con le provocazioni e le aggressioni. I «titushki» picchiavano le persone nei luoghi di ritrovo, anche donne anziane. La violenza aumentava rapidamente».

Hai notato segnali preoccupanti?

«Sì. Una volta, su un autobus, un uomo faceva propaganda per i «Berkut»**, sostenendo che avrebbero ucciso tutti i manifestanti. Nessuno lo fermò. Avvertii altri attivisti. A quel tempo Maidan aveva vinto e mi assicurarono che non sarebbe successo nulla».

Cosa accadde dopo?

«Ci fu una grande manifestazione filorussa vicino al monumento a Lenin. La situazione degenerò: bandiere russe, atti di vandalismo, minacce e urla all’insegna di «Berkut». La polizia non intervenne».

Quando la situazione è diventata fuori controllo?

«All’inizio di marzo. Forze filorusse si installarono vicino al municipio. Il sindaco non fece nulla: niente polizia, niente amministrazione comunale e nessuna comunicazione con le altre città. Tutte erano sotto «assedio». Nonostante l’organizzazione di alcune grandi manifestazioni, ci furono violenze e pestaggi. Durante uno di questi scontri, uno studente ucraino è stato ucciso».

Quando iniziarono i rapimenti?

«All’inizio di marzo. Venivano rapiti membri delle commissioni elettorali e consiglieri comunali. Alcuni sono stati torturati e uccisi. Vivevamo nel terrore. Abbiamo preso l’abitudine di telefonarci a vicenda per sapere se l’altro stesse bene. Ben presto iniziarono combattimenti su vasta scala per l’aeroporto di Donetsk. Non riuscii a trovare un modo per lasciare rapidamente il territorio».

Come è avvenuto il tuo rapimento?

«Sette uomini armati e mascherati entrarono in casa mia, minacciandomi con mitragliatrici e mettendo a soqquadro tutte le mie cose. Trovarono una bandiera ucraina e mi portarono via bendata. Avevano delle toppe con la scritta «Esercito Ortodosso Russo», ma non si comportavano affatto come persone ortodosse. Mi portarono in una cantina e iniziarono a torturarmi. Un uomo mi ha inflitto numerose ferite da taglio con un coltello, mi ha ammanettato e sbattuto la testa contro il muro, spaccandomi la faccia».

Quanto tempo sei rimasta prigioniera?

«Circa una settimana. Venivo interrogata da diversi uomini, in uniforme militare, che volevano informazioni su altri attivisti. Mi hanno chiesto di dire dove abitavano i miei genitori e hanno rubato la mia carta di credito».

Cosa ti hanno fatto?

«Mi hanno costretta a firmare una specie di confessione. Ma prima di questo mi hanno tagliato via gran parte della falange del dito e mi hanno costretta a scrivere col sangue sul muro: «Amo il Donbass». Mi minacciavano continuamente. Mi hanno quasi tagliato la testa, lasciandomi una ferita vicino all’arteria carotide».

Qual era lo scopo della violenza?

«Spezzare la resistenza, la volontà delle persone e disumanizzarle, portarle a fare qualsiasi cosa pur di sopravvivere».

Quante persone erano detenute?

«C’erano diverse persone. L’edificio, ironia della sorte, era la sede del dipartimento per la lotta alla criminalità organizzata della città vicina, Makiivka. Alcuni venivano torturati, altri impazzivano».

Chi erano i tuoi carcerieri?

«C’erano persone con diverse capacità intellettuali e diverse esigenze di vita. Alcuni lavoravano per senso del dovere, altri per risorse e potere, altri ancora erano insoddisfatti della propria vita. La gestione era in mano a un agente del servizio di sicurezza federale della Russia, proveniente dalla Crimea».

Come sei stata liberata? 

«Come detto, avevamo un sistema di chiamate reciproche. Io e miei colleghi dovevamo andare a Kiev, ma non è successo. Così i miei amici diedero l’allarme. Fummo scambiati con altri prigionieri».

Sai cosa è successo agli altri?

«Alcuni sono stati rilasciati, altri hanno pagato per uscire».

Il tuo era un caso isolato?

«No. Ci sono testimonianze di altri posti di prigionia, tra il 2014 e il 2018, nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Ma ancora oggi molte persone non osano parlarne».

Cosa è successo dopo?

«Dopo lo scambio, siamo arrivati a Dnipro senza vestiti adeguati e un soldo in tasca. Ho ricevuto cure mediche per le ferite e poi mi sono trasferita a Kiev, dove avevo dei contatti. Lì ho continuato a essere curata in ospedale».

Che fine hanno fatto i tuoi famigliari?

«Erano a Donetsk quando sono stata torturata e miei rapitori avevano informazioni su di loro. Li ho convinti a trasferirsi a Kiev, anche perché molti sapevano che sostenevano l’Ucraina».

Hai ricevuto aiuto?

«A causa di una burocrazia imperfetta, è stato molto difficile ottenere aiuto dall’Ucraina. L’organizzazione era carente. Il presidente aveva visitato gli ostaggi liberati in ospedale, ma una volta usciti ci siamo trovati praticamente nel nulla. Le organizzazioni benefiche sono state fondamentali».

Come ti senti oggi?

«Non sono più la stessa persona. Ho traumi profondi e ancora oggi sobbalzo quando qualcuno bussa alla porta. Ma sono più consapevole della vita. Alcune ferite si possono superare, altre non possono essere completamente eliminate».

Com’è stata la tua vita a Kiev dal 2014 al 2022?

«Ho continuato le cure e sistemato la mia famiglia – mia madre e mia figlia- in un dormitorio in periferia. Ho partecipato a diversi progetti artistici e scritto il libro «Diario di una donna di Donetsk». Poi ho sentito il richiamo della mia terra natale. All’inizio del 2017 sono andata a Kharkiv per collaborare a un progetto che organizzava arteterapia, giochi da tavolo e attività ricreative per bambini e adulti lungo la linea di contatto».

Perché ti sei trasferita in Svizzera?

«Collaboravo con una donna che offriva alloggio ad artisti e lei cercava una famiglia da ospitare. Ho continuato a collaborare con lei per progetti creativi anche in Svizzera come volontaria».

Come vivi oggi?

«Ho tre figli piccoli. Sto imparando la lingua, dipingo e scrivo. Mio marito, che ha gravi problemi alla vista che gli impediscono di prestare servizio militare, frequenta corsi di preparazione al lavoro offerti dall’URAR. Viviamo modestamente grazie al sostegno sociale. E in teoria dovremo avere dei lavori part-time per 150-300 franchi al mese come integrazione all’assistenza sociale. Ma credo che, dopo la fine dello statuto S, dovremo dire addio alla Svizzera. Non so cosa succederà dopo».

 

*Titushki» è un termine colloquiale ucraino si riferisce a giovani uomini (spesso di corporatura atletica) assoldati dal governo del presidente Yanukovych e dalle forze filorusse per provocare, intimidire, picchiare o interrompere manifestazioni pacifiche, proteste o eventi politici, tra cui Euromaidan. Il termine più simile in italiano è «maranza».

**I «Berkut» erano un'ex unità speciale della polizia ucraina, creata per contrastare le proteste di massa (inclusa Euromaidan), arrestare i criminali pericolosi e garantire l'ordine pubblico.