
Cambiare il titolo destinato a chi conclude un apprendistato da “diploma” a “bachelor”. È l’idea suggerita nel corso di un’intervista alla NZZ dal responsabile della formazione per l'apprendistato presso Victorinox Toni Blaser, per provare a invertire il trend che vede sempre meno giovani optare per la formazione professionale. Una proposta che però non sembra aver trovato riscontri positivi tra le varie associazioni di categoria svizzere. E anche in Ticino sembra esserci un certo scetticismo in proposito. “Il successo dell'apprendistato non passa dall'aggiunta di un titolo di studio, bensì dalla percezione che la società e le persone hanno su questo percorso formativo”, scrive in un comunicato l'azienda fill-up, nata nel 2022 con l’obiettivo di sostenere e promuovere l’apprendistato.
Le fragilità dei giovani
Il problema, soprattutto dopo la pandemia, “è che non abbiamo grandi eventi che parlino di formazione professionale e la promuovano”, spiega a Ticinonews la direttrice di fill-up Sara Rossini. I ragazzi tendono inoltre a prediligere la via più “semplice”, ovvero quella della scuola, “dove non devono intraprendere una procedura che li porta a mettersi in discussione”. Questo trend “si nota soprattutto nell’ambito commerciale, dove molti scelgono di iscriversi a una scuola”. I giovani, infatti, “sono sempre più fragili e approcciarsi a un datore di lavoro implica il dover giocare a carte scoperte: mostrare i propri voti, fare dei colloqui, esporsi. Il confronto spaventa”. Diversi ragazzi si rendono altresì contro troppo tardi che certe leggerezze commesse durante le scuole medie, come il poco impegno o le molte assenze, “hanno delle conseguenze”. Alcuni “non vengono chiamati proprio per questi motivi”. In tal senso “bisognerebbe venirsi incontro a vicenda e le aziende dovrebbero dare almeno la possibilità di provare”.
Le competenze che si acquisiscono in un apprendistato
Se da un lato le scuole permettono di rimanere sotto “una campana di vetro”, dall’altro l’apprendistato consente di entrare in giovane età nel mondo del lavoro e questo “è molto importante, perché dà la possibilità di acquisire già da adolescenti ‘skills’ fondamentali quali flessibilità, capacità di reggere lo stress e di interagire con i clienti, che saranno sempre più richieste in futuro”. Certo, ci saranno aziende più “attrattive” di altre sotto questo punto di vista, “ma idealmente sarebbe opportuno che un ragazzo sviluppasse già a 15-16 anni anni questi concetti”.
Le differenze con i cantoni d’Oltralpe
Tra le criticità riscontrate nello specifico in Ticino, Rossini si focalizza sul diverso modo di interpretare gli apprendistati tra il nostro cantone e quelli germanofoni. “In Ticino c’è più l’idea dell’apprendistato come il dare la possibilità a tutti di prendere un diploma”. In altre regioni, come Zurigo, “l’obiettivo è invece di formare personale qualificato per le aziende. L’immagine veicolata è differente: da una parte abbiamo l’azienda che dice ‘ho bisogno di te’, dall’altra il principio è ‘mi occorre una ditta che mi faccia prendere un diploma’”.
Mancanza di informazioni
Un’altra problematica, come accennato precedentemente, sta nelle insufficienti informazioni fornite sugli apprendistati e sui successivi possibili sbocchi. “Sotto questo aspetto c’è stato un peggioramento negli ultimi anni”, precisa Rossini. Per invertire la tendenza “servirebbe uno sforzo da parte di tutti: Stato, scuole, aziende e associazioni professionali”. È chiaro infatti che “un genitore che reputa in partenza l’apprendistato come una scelta non all’altezza non andrà mai a informarsi di sua iniziativa”.
Come attrarre nuovamente i giovani
La domanda centrale da porsi adesso è come invogliare nuovamente i ragazzi a considerare la formazione professionale. Secondo Rossini “occorre offrire una proposta in linea con quelle che sono le esigenze della generazione Z”. Tali esigenze “non concernono né i giorni lavorativi né i salari”. Ciò che i giovani vogliono “è essere qualcuno all’interno dell’azienda. Molti di quelli che usufruiscono del nostro servizio di ‘coaching’ lamentano proprio il fatto di essere poco considerati e di sentirsi l’ultima ruota del carro della ditta”. Questo “crea un’ulteriore insicurezza”, conclude la direttrice di fill-up.

