
Maxi, lo scorso 10 aprile hai pubblicato Stupide Dive; come nasce la canzone?
«Stupide Dive rappresenta la prima pietra di quella che è la costruzione di un nuovo percorso che mi auguro possa sfociare in un album con al centro la musica e non, come accade spesso negli ultimi tempi, l’immagine. A darmi l’impulso è stata la partecipazione al documentario della RSI Sulla mappa - 30 anni di RAP in Ticino per il quale, assieme a Mattak, ho realizzato l’omonima colonna sonora. Le sonorità del pezzo erano volutamente anni Novanta/Duemila: ciò mi ha fatto riscoprire l’amore per il genere. Ho così deciso di incamminarmi su un sentiero che conduce a quell’hip hop nel quale sono nato. Oggi, purtroppo, il rap in italiano è soprattutto ostentazione della ricchezza e parafrasi degli americani. Ciò mi annoia: ho quindi deciso di fare qualcosa che in primis io vorrei ascoltare».
Hai parlato dell’album a cui stai lavorando: quante tracce conterrà e quando verrà pubblicato?
«Non ho ancora fissato una data di pubblicazione, per ora mi concentro sui singoli brani che vorrei far uscire ogni due mesi circa. L’idea è fare tre/quattro canzoni così da mettere di nuovo in giro il mio nome. Se dovessi riuscirci, inizierò allora a pensare più nel dettaglio all’album. Anche per quanto riguarda il numero di tracce che conterrà, non c’è ancora niente di definito: dipenderà da quali e quante tematiche affronterò. Ogni pezzo dovrà raccontare la vita ed essere vicino alla gente e al territorio in cui vivo. Voglio insomma posizionare la mia musica oltre al teenager e parlare a tutte le generazioni».
In Stupide Dive denunci le derive dell’attuale scena rap: che cosa secondo te non va bene?
«Faccio fatica a capire come sia possibile che ci siano ‘‘artisti’’ che nei propri pezzi non fanno altro che raccontare quanto siano ricchi e quante donne abbiano senza stufarsi mai. Mi domando cioè se non abbiano altre idee, se non abbiano voglia di parlare di altro, magari facendo riferimento all’attualità. Capisco l’attitudine spavalda tipica del rap e la voglia di rivalsa sociale, sono più che legittime, non si può però ridurre tutto a ciò. Pensiamo a un’icona dell’hip hop come Nas: nei suoi pezzi parla sì di Lamborghini, ma anche delle sue origini africane e delle difficoltà con cui sono confrontate le persone di colore nella società statunitense. Un’altra cosa che mi lascia perplesso è l’aggressività dei giovani. Oggigiorno, infine, i ragazzi hanno un’attitudine completamente diversa dalla nostra: noi non facevamo rap per i soldi o per le ragazze, ma perché era una valvola di sfogo attraverso cui denunciare determinate situazioni».
Diciamolo esplicitamente allora, chi sono le «stupide dive»?
«Premetto che non mi riferisco solo ai giovani in quanto ci sono anche ragazzi con la mentalità giusta. Le ‘‘stupide dive’’ sono quelle persone per cui il rap è solo un’attitudine di facciata. Sono coloro per cui il rap non è altro che una moda, un modo di vestire e di parlare usando sempre le stesse figure retoriche legate al mondo del crimine. Le ‘‘stupide dive’’ sono cioè coloro che considerano il genere, ad oggi molto redditizio, un modo per fare soldi facili».
Sbaglio se dico che il rap è passato dall’essere un modo per veicolare messaggi anche scomodi all’esatto opposto: un genere studiato a tavolino per incontrare il favore del pubblico?
«No, affatto. Anche perché il 90% di quello che oggi viene definito ‘‘rap’’ è invece ‘‘pop’’. Le canzoni sono costruite a tavolino, non devono durare più di due minuti e devono avere il ritornello che entra prima del minuto».
Per concludere, come valuti l’attuale scena rap della Svizzera italiana?
«Quando ho iniziato ero l’unico che aveva la mira di sfondare a livello internazionale, gli altri si accontentavano di essere conosciuti in Ticino. Oggi non è più così e le nuove generazioni hanno già lo sguardo rivolto oltre il nostro cantone. Questa mentalità mi piace molto perché è quella che permette di fare la differenza».
La versione integrale dell'intervista si può leggere sul sito cdt.ch.

