
Sono 12 i ticinesi che l'anno scorso hanno deciso di farsi "accompagnare alla morte" dall'organizzazione di assistenza al suicidio Exit. Un numero che, seppur in crescita, resta relativamente esiguo se confrontato con le cifre provenienti da Oltralpe.
Ciò non toglie che ognuno di questi dodici "casi" è in realtà una vita che è terminata. E a volte in modo sconvolgente per familiari e amici.
Come è avvenuto in occasione della scomparsa di una donna del Sottoceneri.
Un martedì la signora, in età ancora non particolarmente avanzata, ha scoperto di avere un tumore, che le avrebbe lasciato poche possibilità di sopravvivenza.
Il giorno dopo, mercoledì, la donna ha quindi preso contatto con Exit per chiedere di essere accompagnata dolcemente alla morte.
E già il venerdì, a soli tre giorni dalla scoperta del tumore, la donna ha potuto esaudire il suo ultimo desiderio, morire. Avvisando all'ultimo momento solo i parenti più stretti, ma a completa insaputa di tutti gli altri familiari e degli amici.
Capiamo benissimo, quindi, il loro sconforto nell'apprendere la tragica notizia. Tra chi non sapeva nemmeno che la donna fosse malata e chi l'aveva appena scoperto, nessuno ma proprio nessuno si sarebbe immaginato una sua dipartita così rapida.
"Ma non viene richiesto un periodo di riflessione?" si chiede l'amica di questa donna nel raccontarci la vicenda. "E se qualcuno dopo l'iniziale sconforto per la scoperta di un tumore dovesse poi cambiare idea?"
Un tempo di riflessione c'è, secondo quanto ci spiega un responsabile di Exit Ticino dalla sede di Giubiasco. Un tempo che, però, può in effetti anche rivelarsi molto breve.
"Per poter accedere all'accompagnamento alla morte ci sono alcune condizioni basilari che devono essere soddisfatte alla partenza" afferma il nostro interlocutore. "Innanzitutto ci vuole un certificato medico con la diagnosi della malattia. Non per forza deve trattarsi di una malattia terminale. Sono una minoranza, ma vi sono anche persone che scelgono di morire perché hanno perso la qualità di vita, in particolare persone paralizzate."
"Poi occorre un altro certificato, che attesti la capacità del paziente di intendere e di volere" prosegue il rappresentante di Exit, precisando che può essere lo stesso dottore che ha diagnosticato la malattia a comporre questo secondo certificato.
Una volta che questi due presupposti sono dati, ce n'è un terzo: il paziente deve essere in grado di assumere il barbiturico da solo.
Superato anche questo scalino, resta solo da definire chi emette la ricetta per il barbiturico. Spesso i medici di famiglia si rifiutano di farlo, per motivi etici, ma Exit può contare su dei propri medici. E in ogni caso, spiega il nostro interlocutore, gli oncologi in generale sono abbastanza propensi a firmare queste ricette.
Poi si può morire.
La procedura, conferma il responsabile di Exit, può durare anche meno di una settimana, come accaduto nel caso della signora del Sottoceneri. In fondo, aggiungiamo noi, si tratta solo di raccogliere tre pezzi di carta.
Il nostro interlocutore precisa però che il personale di Exit incontra i pazienti almeno due volte. Una prima volta per capire la situazione e una seconda per verificare se nel frattempo la persona non abbia cambiato idea.
Succede anche che ci siano persone che seguono tutta la procedura ma poi, al momento di inghiottire il barbiturico, rinuncino. E spesso queste persone vanno avanti a vivere ancora per anni. Il solo pensiero di avere sempre lì pronta la possibilità di morire, a loro, regala una nuova spinta di vita.
AS
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