
Il tema delle espulsioni di genitori stranieri di figli svizzeri è senza dubbio uno dei più caldi del momento, oggetto di atti parlamentari (ultimo in ordine di tempo quello presentato settimana scorsa dal deputato PPD Giorgio Fonio), ma anche di prese di posizioni favorevoli alla politica adottata dal Dipartimento delle Istituzioni, come quella di ieri del deputato leghista Boris Bignasca (vedi articoli suggeriti).
Oggi il Giornale del Popolo presenta un caso concreto che rende bene l'idea della situazione. Protagonista, suo malgrado, è una donna ucraina che vive in Ticino da oltre dieci anni e che ha un figlio di 10 anni, il cui padre è un ticinese con il quale la donna non si è mai sposata.
Il figlio, la cui tutela è affidata al padre ma che trascorre gran parte del suo tempo con la madre, è quindi svizzero. Ma di recente la donna non si è vista rinnovare il permesso e deve quindi lasciare il Paese.
La donna si è attivata e ha trovato due impieghi che le permetterebbero di mantenersi finanziariamente, ma al momento non può lavorare a causa di uno stato depressivo - comprovato da un certificato medico - legato proprio all'espulsione.
Per ora può restare in Svizzera solo grazie al ricorso inoltrato dall'avvocato luganese Aldo Ferrini. Ma il suo destino è ancora incerto. Il Giornale del Popolo sottolinea che si tratta di un caso di applicazione rigida della legge federale e che forse il dipartimento diretto da Norman Gobbi avrebbe potuto fare altre valutazioni, perché impedire a un figlio di continuare a crescere con sua madre non significa di certo fare il suo bene. Ma il Cantone ha però la legge dalla sua parte. Insomma, affaire à suivre.
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