
Classe 1981, figlio di una famiglia di avvocati con un forte passato politico, Péter Magyar è oggi l’uomo che ha messo fine all’era di Viktor Orbán. Con una performance quasi sorprendente, il 45enne ha vinto al primo tentativo, conquistando una maggioranza netta e arrivando a controllare i due terzi del Parlamento. Un risultato che, almeno sulla carta, gli consentirebbe di smantellare le riforme costituzionali introdotte da Orbán nei suoi 16 anni di governo. Resta però da vedere se lo farà davvero. Al netto delle profonde differenze in politica internazionale — dove Magyar si presenta come marcatamente europeista, in contrasto con le posizioni filorusse ed euroscettiche di Orbán — molti osservatori intravedono in lui una sorta di «baby Orbán», con cui condivide un’impostazione conservatrice e di destra. Non a caso, Magyar proviene proprio dalle fila di Fidesz, il partito dell’ex primo ministro. Cosa attenderci, dunque, da questi risultati elettorali? Lo abbiamo chiesto ad Alberto Bitonti, professore di comunicazione politica all’USI.
La vittoria di Peter Magyar mette fine ai 16 anni di governo di Orbán. Come leggere questa vittoria?
«Questa elezione ha un significato molto forte per le relazioni tra l’Ungheria e l’Unione Europea. Si tratta di un vero punto di cesura. Orbán e il suo governo hanno spesso rappresentato una spina nel fianco, bloccando diverse iniziative comuni, da ultimo il prestito da 90 miliardi all’Ucraina. Il nuovo primo ministro, invece, ha già dichiarato che sbloccherà questi fondi e altre decisioni. L’aspetto più interessante di questa elezione è quindi il suo orientamento europeista».
Molti leader europei hanno reagito con entusiasmo. Ursula von der Leyen ha parlato di una vittoria per l’Europa e per le libertà fondamentali. Anche Emmanuel Macron ha salutato il voto come un segnale di attaccamento ai valori europei. È davvero una svolta europeista?
«Oggi non basta più leggere la politica sull’asse destra-sinistra. Va considerato anche l’asse europeismo–euroscetticismo. Il nuovo premier viene dal centrodestra, quindi non è una vittoria dei progressisti, ma è una vittoria degli europeisti. Parliamo di un centrodestra moderato, vicino al Partito Popolare Europeo, a differenza del partito di Orbán, che era invece collocato nell’area della destra radicale. Non sarà un cambiamento totale, ma la differenza sull’Europa è fondamentale».
In gioco c’è anche il futuro dell’Ucraina. Con la fine dei veti di Orbán, c’è una speranza in più?
«Sicuramente viene meno un grande oppositore interno all’Unione Europea. Il governo Orbán ha spesso ostacolato l’unità europea, anche con posizioni molto vicine alla Russia. Oggi, di fronte a sfide globali e a figure come Vladimir Putin o Donald Trump, è fondamentale che l’Europa ritrovi unità. Questo risultato va in quella direzione».
Trump è stato uno dei sostenitori di Orbán. Può aver avuto un effetto negativo?
«Non è stato decisivo, vista l’ampiezza della vittoria, ma può aver contribuito. Spesso, quando paesi terzi cercano di influenzare un’elezione, si genera una reazione di orgoglio nazionale. È interessante che molti leader internazionali abbiano sostenuto Orbán, ma senza successo».
La partecipazione è stata alta, attorno al 78%. Quanto hanno pesato le dinamiche interne?
«Molto. Questa elezione è stata percepita come la prima vera occasione per scalzare Orbán dal Governo. Le opposizioni si sono compattate attorno a un candidato credibile. Inoltre, Magyar ha condotto una campagna molto efficace: presenza costante sul territorio, contatto diretto con i cittadini a differenza di un Orbán ormai percepito come distante dai cittadini comuni. Ha intercettato un bisogno di rinnovamento, soprattutto su temi come lotta alla corruzione e il ripristino dello Stato di diritto, che negli ultimi anni è stato messo a dura prova».
Le promesse verranno mantenute?
«Lo vedremo. Per ora ha mandato segnali molto chiari: apertura verso la stampa, dialogo con i partner europei, volontà di cambiare rotta. Sulle politiche interne non mi aspetto rivoluzioni, ma sul rapporto con l’Unione Europea il cambiamento appare già evidente».
Quale sarà il primo passo da parte di Magyar?
«Probabilmente una visita a Bruxelles e lo sblocco delle decisioni ferme. Sarà un gesto simbolico ma anche concreto per ricucire i rapporti con l’Unione Europea».

