
Augusto, Sandro, Leone, Giulia e la madre: sono loro i protagonisti della tragedia che si consuma nel nucleo famigliare de "I pugni in tasca" risale al 1965, la cui tematica è (purtroppo) ancora maledettamente attuale.
I registi sono capaci di vedere lontano, nel buio oltre la siepe (per attingere ancora in ambito cinematografico) e tratteggiando le vicende dei tre fratelli "anormali" e della mamma cieca non vedente la cui responsabilità cade tutta sull'unico componente "normale" - ma terribilmente cinico - della famiglia, Marco Bellocchio confezionò una grande pellicola che calza anche al contesto del 2015, caratterizzato dalle violenze domestiche.
Un po' manifesto pre-sessansotino, un po' gruppo di famiglia in un interno (ma misero e angusto e non sfarzoso come quello descritto da Luchino Visconti), il film che lanciò l'allora 26.enne regista piacentino non stona insomma neanche nell'era modernissima, dove molte, troppe volte l'assassino è più vicino di quanto si possa pensare. Come il Sandro del film...
E dove la violenza figlia del disagio sa essere spiazzante, e tracimare da un momento all'altro: perché - come spiegava Bellocchio in una vecchia intervista - "Chi tiene i pugni in tasca si avvia inesorabilmente verso le conseguenze estreme della propria ignavia». E sottolineava pure che tanto più la vocazione al male è repressa, tanto più la sua manifestazione sarà straripante.
Oggi come ieri, l'arguta analisi intimista bellocchiana - in merito alla pellicola riproiettata in versione restaurata ieri sera in Piazza Grande - è maledettamente avvalorata dai fatti...
CaSco
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