
L'Unione sindacale svizzera (USS) è pronta a lanciare un referendum contro la riforma federale che attribuirebbe la priorità ai contratti collettivi di lavoro (CCL) dichiarati di obbligatorietà generale rispetto ai salari minimi fissati da Cantoni e Comuni. La decisione è stata approvata all'unanimità dall'assemblea dei delegati riunita venerdì a Berna. Secondo l’USS, il progetto rischia di consentire un aggiramento dei salari minimi introdotti democraticamente a livello cantonale e comunale. Per Nicole Rossi, segretaria di USS-Ticino e Moesa, la nuova legge comporterebbe una progressiva riduzione della protezione salariale. «Centinaia di migliaia di lavoratori coperti da contratti collettivi di forza obbligatoria rischierebbero di essere esclusi da eventuali futuri miglioramenti salariali previsti dalla legge», sostiene.
«Un attacco alle decisioni democratiche»
Secondo Rossi, la riforma rappresenta anche «un attacco alle decisioni democratiche di Cantoni e Comuni», poiché limiterebbe la loro autonomia nella definizione delle condizioni salariali minime. A suo giudizio, il cambiamento favorirebbe soprattutto le imprese che fondano la propria competitività sui bassi salari anziché su migliori condizioni di lavoro. Rossi richiama inoltre quanto avvenuto in Ticino negli ultimi anni. «Abbiamo visto cosa può succedere quando si tenta di aggirare la legge sul salario minimo attraverso determinati contratti collettivi. Sappiamo bene cosa significa e preferiremmo evitare che situazioni analoghe si ripetano», afferma.
La riforma
La riforma, sostenuta dalla maggioranza borghese alle Camere federali, dovrebbe essere sottoposta al voto finale del Parlamento il prossimo 19 giugno. L'USS ha già annunciato che, qualora il testo venisse approvato senza modifiche sostanziali, farà ricorso allo strumento referendario.

