
Era la notte dell'8 giugno 2013, quando la Polizia fu chiamata per sedare una violenta lite domestica in un appartamento di Lugano. Una 38enne italiana, secondo quanto riferito in seguito dalle forze dell'ordine, aveva inferto con un coltello una seria ferita alla schiena del suo compagno. La donna era finita in manette, con le ipotesi di reati di tentato omicidio, subordinatamente lesioni gravi.
Da allora la 38enne si trova in carcere. All'inizio di questo mese il procuratore pubblico Amos Pagnamenta l'ha rinviata a giudizio davanti alle Assise Criminali, con l'accusa di tentato omicidio. La perizia psichiatrica disposta dalla procura nei confronti della donna ne ha ravvisato unicamente una lieve scemata responsabilità.
A breve, quindi, ci sarà il processo. Ma la vittima della coltellata, prima di vedere giudicata la sua compagna, ha voluto mettere in chiaro la propria posizione. Ribadendo che la donna non avrebbe affatto voluto ucciderlo: a suo dire la ferita riportata alla schiena sarebbe stata lieve, tanto da non aver nemmeno dovuto essere suturata. E chiedendo clemenza nei confronti della sua fidanzata, "che ha bisogno di cure perché in carcere sta male".
La lettera della presunta vittima dell'accoltellamento è stata pubblicata oggi dal Mattinonline.
"Mi chiamo M.C. e sono la presunta vittima dell'accoltellamento di Cassarate" scrive l'uomo. "L’8 giugno scorso sono stato vittima di un fatto si piuttosto brutto ma in sé non così grave come hanno voluto scrivere in modo non veritiero alcuni media ticinesi, sia giornali, siti web che la nostra radiotelevisione. I fatti pubblicati non corrispondono a quanto è accaduto realmente quella notte."
"Cosa è successo veramente verso le 2.30 di quel giorno?" prosegue la presunta vittima della coltellata. "La mia compagna è arrivata a casa mia in uno stato ansioso, confuso e alterato. L’avevo fatta entrare subito perché lei urlava dando pugni e calci alla porta d’entrata del mio appartamento. Ad un certo punto, appena varcato l’uscio, lei ha cominciato a scagliarmi addosso tutti gli oggetti che trovava per la sua strada, compreso un piccolo coltello da cucina trovato sul tavolo. La sua azione ha procurato danni materiali vari, fra questi anche la rottura dei miei occhiali da vista."
"In quel momento lei non si stava rendendo conto di quello che stava facendo, all’arrivo della polizia però lei si è forse accorta, nel suo panico, di aver commesso una sciocchezza" continua l'uomo. "Tengo a precisare tra l’altro che il coltello mi aveva fortunatamente solo sfiorato la schiena provocandomi una lieve ferita, tanto che in ospedale i medici non sono stati nemmeno costretti a suturarla. Dunque non corrisponde al vero, come hanno fatto sapere i media, che lei mi ha colpito volontariamente con il coltello alla schiena. Quello che mi chiedo è come sia stato possibile che i quotidiani cantonali abbiano pubblicato la notizia appena 24 ore dopo la vicenda. È un fatto gravissimo, non come ha descritto il Corriere del Ticino che addirittura fa riferimento anche ad un possibile nostro coinvolgimento nel mondo della droga. Allusioni accusatorie sicuramente gravi, visto che si era appena all’inizio dell’indagine da parte delle autorità competenti. Chi ha informato (male) i media? Mi piacerebbe saperlo…"
"La mia compagna è detenuta ormai da oltre sei mesi nel penitenziario cantonale e questo malgrado il suo stato psicofisico sia molto fragile" conclude l'uomo. "In questo lasso di tempo lei ha perso molti chili ed inoltre è stata trovata piena di lividi. Ha bisogno di cure che ovviamente il carcere non può assicurare. La procura l’ha incriminata per tentato omicidio, ma lei non voleva assolutamente uccidermi, su questo posso anche metterci la mano sul fuoco. La giustizia, è vero, deve fare il suo corso, ma chiedo ai magistrati di valutare bene la situazione e di proporre una scemata responsabilità, dandole così la possibilità di poter cominciare un cammino di recupero che la porti a vivere il domani in modo sereno e tranquillo."
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