
«Il Consiglio federale non fa abbastanza e non agisce con sufficiente rapidità». L’accusa arriva da una coalizione di ONG elvetiche che si adoperano per il riconoscimento e l'attuazione della Convenzione dell'ONU sui diritti dell'infanzia, ovvero la Rete svizzera dei diritti del bambino. La richiesta è quella di una strategia nazionale per combattere il fenomeno della povertà infantile. Nel nostro Paese, infatti, circa 114'000 bambini vivono in condizioni di povertà e altri 315'000 ne sono a rischio.
La povertà infantile che non incide negativamente solo sul tenore di vita, ma compromette anche le opportunità in materia di istruzione, sviluppo e salute, nonché la partecipazione sociale, ricorda la Rete, che invita la politica a muoversi con obiettivi vincolanti e controlli sistematici dei risultati. Ad esempio, con un monitoraggio specifico sui bambini e norme minime a livello di prestazioni – poiché attualmente gli aiuti dipendono dal Cantone di residenza e dallo statuto di soggiorno. Si chiede, infine, di creare un organismo indipendente incaricato di fornire consulenze individuali e di garantire mediazioni.
Lodi: «Un dato allarmante»
Tra i membri della Rete svizzera dei diritti del bambino vi è anche Pro Juventute. A rilasciarci un commento c’è stato il responsabile dell’Ufficio regionale della Svizzera Italiana Ilario Lodi. «Direi è un dato più che preoccupante e allarmante. Ma, soprattutto, deve farci riflettere sul perché abbiamo così tanti bambini che si ritrovano in una situazione tanto delicata. Evidentemente la colpa non è loro, così come non credo che lo sia dei genitori. È piuttosto quanto sta attorno a loro, su cui bisognerebbe riflettere a fondo»
La richiesta è quindi quella di un intervento a livello politico, ma – prosegue Lodi – anche di un intervento a livello strutturale. «Oggi noi siamo confrontati con un sistema generalmente economico e politico che è votato alla competitività. Questo fa parte della storia stessa del nostro Paese. Ecco, però, che questo sistema produce sempre più dei perdenti». E i perdenti in questo caso sono anche i bambini e i giovani che non possono giocare questa partita, «ma si trovano immersi dentro un sistema che li trasforma in vittime». Vittime che, però, non possono passare inosservate. «Noi non possiamo semplicemente parlare di formazione continua o di educazione nel senso più generale del termine. Tutto questo non basta più. Queste misure devono potersi inserire in un contesto economico e politico che tenga maggiormente in considerazione i bisogni del bambino e del giovane. Altrimenti, la percentuale di questi poveri continuerà ad aumentare inesorabilmente», conclude il responsabile.

