
Dalla politica non sono mancate le prime reazioni allo studio sul frontalierato pubblicato dalla Neue Zürcher Zeitung (vedi articolo suggerito). Com’era prevedibile, molti strali si sono abbattuti sull’Istituto di ricerche economiche (IRE) e sul suo direttore, il professor Rico Maggi.
Critiche non nuove, alla luce delle quali abbiamo contattato il professore per un commento. “Lo studio di Zurigo non contraddice il nostro risultato riguardo l’assenza di una sostituzione sistematica”, esordisce Maggi.
“Per prima cosa, lo studio afferma che solo un lavoratore su sette, per quanto riguarda gli stranieri, e uno su otto per quanto riguarda i frontalieri, occupa un posto in un settore in cui non si trova manodopera locale - spiega Maggi - Ora, nel calcolare questa scarsità lo studio mette un grande peso sulla difficolta di trovare personale e sulla durata di ricerca di un lavoro in una data professione. Ma giusto perché in queste professioni lavorano già molti stranieri e frontalieri secondo questo indicatore non c'è scarsità”.
“Ne segue che l’interpretazione corretta rimane che uno straniero su sette occupa un posto dove c’è ancora scarsità, mentre gli altri sei hanno contribuito nel passato a coprire questa mancanza di lavoratori qualificati”, prosegue Maggi.
“Occorre aggiungere che lo studio zurighese misura la scarsità a livello svizzero e non cantonale, per poi guardare in un secondo momento a quanti lavoratori stranieri e frontalieri lavorano su livello cantonale in professioni dove c’è scarsità a livello svizzero - conclude infine Maggi - E come si sa, la situazione in Ticino è molto diversa: essendo il Ticino una realtà piccola, la scarsità è spesso maggiore rispetto al livello svizzero”.
“Questo è un elemento che mi fa concludere che stranieri e frontalieri colmano delle lacune sul nostro mercato del lavoro”.
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