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Ticino
Lo sciopero generale del 1918 in Ticino fu un fiasco
Lo sciopero generale del 1918 in Ticino fu un fiasco
Lo sciopero generale del 1918 in Ticino fu un fiasco
Redazione
8 anni fa
A Sud delle Alpi pochi incrociarono le braccia nell'ambito dell'evento considerato tra i più importanti della storia svizzera

Lo storico ginevrino Marc Vuilleumier lo ha definito l'avvenimento più importante della storia svizzera dal 1848. Lo sciopero generale del 12-14 novembre 1918 - 100 anni fa - rischiò di far piombare il paese, risparmiato dalla Prima Guerra Mondiale, in una guerra civile.

In Ticino, tuttavia, lo sciopero fu un fiasco: solo le categorie più organizzate del Sopraceneri cessarono il lavoro. Altrove, il movimento suscitò una generale ostilità. Un atteggiamento condiviso da gran parte della Romandia, che si spiegava soprattutto con la profonda divisione tra Svizzera tedesca e latina creatasi durante la Prima Guerra Mondiale.

Le condizioni dei salariati nel Ticino erano più precarie che Oltralpe durante la guerra: salari più bassi, prezzi più alti. Come il resto della Svizzera, il cantone conobbe parecchie agitazioni operaie: gli affiliati alla Camera del lavoro passarono da meno di mille nel 1916 a quasi 3 mila nel 1917. Nel marzo 1918, a Bellinzona una folla esasperata saccheggiò e incendiò la centrale del latte. All'inizio di luglio, Lugano conobbe per due giorni uno sciopero generale di notevole successo.

Ma a novembre il Ticino non seguì. Solo i ferrovieri di Airolo, Biasca e Bellinzona, gli scalpellini di Biasca e dintorni, gli operai dell'officina FFS di Bellinzona e parte di quelli delle fabbriche di Bodio incrociarono le braccia. Più per solidarietà che per convinzione. I ferrovieri luganesi "protestarono vivamente" contro "l'ingiustificato sciopero generale", e così quelli di Chiasso. A Lugano e Locarno si formarono "guardie civiche". A sciopero concluso, il 24, Guglielmo Canevascini e altri dirigenti socialisti furono malmenati dalla folla.

Al di là delle spiegazioni contingenti, come la malattia di Canevascini (a letto con l'influenza nei giorni cruciali) e la censura telefonica e telegrafica, il fiasco di novembre era comprensibile solo se situato nel contesto del "fossato etnico" apertosi tra Svizzera latina e tedesca durante la guerra: la prima "tifosa" incondizionata dell'Intesa, la seconda accusata di simpatie per i "Centrali".

Un fossato che divise profondamente gli stessi socialisti. Fino a metà 1917, "Libera Stampa" fu ancor più virulenta dei giornali borghesi nel denunciare i "socialisti del Kaiser" alla Robert Grimm, accusati con il loro pacifismo o rivoluzionarismo di fare il gioco della Germania. E l'incerto cambiamento di rotta durante il 1918 era ormai tardivo per modificare inimicizie profondamente radicate.

Lo sciopero di novembre giunse del tutto inatteso. Gli stessi capi socialisti furono disorientati. Le rivendicazioni più politiche che economiche del "Soviet di Olten" apparvero pretestuose. Da un anno la stampa denunciava le "mene bolscevike" per "aprire la Svizzera agli eserciti tedeschi" e il 12, su "Gazzetta Ticinese", il popolare "Milesbo" (Emilio Bossi) - che a luglio avrebbe voluto vedere lo sciopero di Lugano "estendersi a tutto il Cantone" - non esitò a sostenere che i "bolsceviki" svizzeri vogliono il caos su mandato della Germania sconfitta, "non foss'altro che nell'illusione di salvarla dal debito di guerra".

Inoltre, la mobilitazione massiccia a guerra finita, mentre ancora mieteva vittime la "grippe spagnola", irritava non poco la popolazione. Non meraviglia dunque la reazione ostile. E neppure che i soldati ticinesi mobilitati per Zurigo partirono cantando "morte ai tedeschi".

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