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Ticino
L’indagato ticinese “importava armi in Italia”
Lara Sargenti
6 anni fa
Dalle pagine dell’inchiesta italiana emergono nuovi dettagli sul dipendente luganese e il parente in Argovia indagati per associazione mafiosa

Avrebbe aiutato il capocosca a trasportare armi dalla Svizzera all’Italia. Questa l’accusa promossa contro il dipendente del comune luganese, la cui abitazione è stata perquisita questa notte dalla Fedpol nell’ambito dell’inchiesta italo-svizzera per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti e denaro falso. Domicilio che è stato messo sottosopra durante la perquisizione, come ci ha raccontato la moglie, negando qualsiasi coinvolgimento del marito in attività criminali. Ma dalle pagine dell’inchiesta italiana emergerebbe un altro quadro.

Stando infatti a quanto riferisce il Corriere del Ticino, nelle oltre 3000 pagine pubblicate dalla Procura italiana presso il Tribunale di Catanzaro l’indagato ticinese, assieme a suo fratello residente in Canton Argovia (ndr. non è chiaro il grado di parentela tra i due, la moglie parla del cugino, gli inquirenti del fratello), viene menzionato ben 915 volte. Secondo gli inquirenti i due fratelli avrebbero aiutato il capocosca Rocco Anello a importare in Italia armi dalla Svizzera. “Rocco Anello si occupava personalmente del traffico di sostanze stupefacenti e dell’approvvigionamento di armi per conto del gruppo, in particolare importandole dall’estero e segnatamente dalla Svizzera, grazie ai due fratelli” si legge nel documento.

In riferimento al parente residente in Argovia, si legge: “Insediatosi in Svizzera ed in stretto e diretto contatto con Anello Rocco si occupava dell’approvvigionamento di armi per conto del gruppo, in particolare importandole dall’estero e segnatamente dalla Svizzera; in generale, si occupava, per conto del sodalizio, degli interessi economici dell’organizzazione in Svizzera, ricevendo il denaro provento delle attività illecite e rendendo conto ad Anello Rocco cl. 61 delle attività imprenditoriali situate in Svizzera, nonché trasferendogli all’occorrenza i relativi proventi”.

Sul dipendente comunale luganese si legge invece che avrebbe coadiuvato il fratello “nelle attività sopra descritte ponendosi in tal modo a disposizione dell’organizzazione e rendendosi disponibile alle esigenze dell’organizzazione tra cui apparire intestatario fittizio di beni e attività riconducibili al sodalizio”. L’indagato avrebbe in particolare fatto da prestanome al capocosca per una proprietà a Filadelfia, in Calabria.

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