
Per vent’anni è stata l’intestataria di un conto svizzero usato per lavare i soldi sporchi provenienti dall’attività ‘ndranghetista della famiglia, e in particolare dei cognati. Queste le accuse di riciclaggio di denaro aggravato e falsità in documenti imputate ad una 47enne italiana prestanome al servizio della mafia calabrese.
Il caso si situa nel quadro dell’inchiesta Rinnovamento che da dicembre ha già visto condannare Franco Longo, il «banchiere della ‘ndrangheta» e Oliver Camponovo, ex municipale e fiduciario di Chiasso.
Ora tocca alla terza imputata, il cui processo, iniziato lunedì, era slittato per motivi di salute. «È la tipica povera donna del sud, che doveva rivolgersi al marito per farsi dare i soldi necessari a fare la spesa», così l’avvocato difensore Gabriele Banfi ha definito ieri la natura ingenua della sua assistita, accusata di aver fatto da tramite all’infiltrazione mafiosa sul territorio ticinese.
Per l’accusa, nella persona del procuratore federale Stefano Herold, invece, l’imputata sarebbe stata la «custode della cassaforte della ‘ndrangheta e ha permesso all’organizzazione di insinuarsi e investire in Ticino».
Su questa linea, che da una parte identifica la 47.enne cittadina italiana come una candida madre di famiglia e dall’altra invece come un’omertosa complice delle attività di famiglia, è continuato ieri con un lungo dibattimento il processo al Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona. L’ultima parola sarà della Corte, la cui sentenza è attesa per il 27 marzo.
Maggiori dettagli nell'edizione odierna del Corriere del Ticino
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