
Diciassette lavoratori in nero, che vivevano come schiavi ammassati in un capannone a Germignaga (VA), sono stati liberati nella notte tra mercoledì e giovedì dalla Polizia di Stato di Luino e Varese.
Il capannone, secondo quanto scrive La Prealpina, sarebbe di proprietà di una ditta edile svizzera, che fa capo a un imprenditore italiano già noto alle forze dell'ordine.
I lavoratori in nero dormivano a Germignaga nel capannone in disuso e di giorno venivano a lavorare come frontalieri in Ticino.
L'intervento di mercoledì notte è stato effettuato nell'ambito delle evacuazioni dovute al maltempo. In effetti quando i vigili del fuoco di Luino sono arrivati sul posto, hanno trovato diciassette persone ammollo in un metro e mezzo d'acqua.
Una situazione potenzialmente pericolosissima, visto che nel capannone si trova un impianto elettrico artigianale, apposto dopo la chiusura del contatore nel maggio scorso.
Ed è proprio nel maggio scorso che i 17 lavoratori in nero, italiani, polacchi e rumeni, erano stati trasferiti nel capannone di Germignaga, che fino ad allora era stato utilizzato come filiale italiana dalla ditta svizzera.
La Prealpina non esclude che si tratti di vittime di una vera e propria attività di caporalato, fatta sfruttando l'indigenza di chi è rimasto senza lavoro e fors'anche delle loro famiglie, visto che all'interno del capannone sgomberato sono stati trovati anche giocattoli.
L'imprenditore italiano, sempre secondo il quotidiano varesino, avrebbe già confessato, affermando di essere stato aiutato da un cittadino svizzero che si occupava di reclutare operai.
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