
La Polizia cantonale ticinese ha ricostruito lunedì pomeriggio, nel corso di una conferenza stampa, la sequenza degli eventi che ha portato al femminicidio di Faido e alla successiva esplosione di Leontica, costata il ferimento di tre agenti e la morte del presunto autore dell'omicidio. Ad aprire l'incontro con i media è stato il sostituto comandante della Polizia cantonale, Lorenzo Hutter, che ha parlato di una vicenda che ha «profondamente colpito il cantone», ringraziando tutti gli operatori impegnati nelle ricerche e rivolgendo un pensiero agli agenti rimasti feriti durante l'intervento.

Il ritrovamento della donna
Secondo quanto illustrato dal capitano della polizia giudiziaria Alberto Marietta, tutto ha avuto inizio giovedì sera, quando una donna è stata trovata «in una pozza di sangue» nei pressi della clinica di Faido, con una ferita alla testa. Grazie alle immagini di videosorveglianza, gli investigatori hanno identificato come principale sospettato l'ex marito della vittima, un 59enne della regione dal quale era separata da circa vent'anni. L'uomo ha trascorso almeno un'ora in compagnia dell'ex moglie, ha riferito Marietta.
Le ricerche
È poi scattata una vasta operazione di ricerca. Nel corso della notte sono state effettuate almeno dieci perquisizioni tra abitazioni, luoghi di lavoro e altri posti frequentati dal sospettato, mentre una quindicina di persone sono state ascoltate dagli inquirenti, tra cui il figlio. Tra gli immobili ispezionati non figurava però la proprietà del fratello dell'uomo, poi al centro dell'operazione avvenuta nella serata di venerdì. La svolta è arrivata venerdì pomeriggio, quando l'automobile del 59enne è stata ritrovata in un bosco, a circa 200 metri dalla sua abitazione di Leontica. Questo elemento ha permesso di concentrare le ricerche nell'area dove, poche ore più tardi, si è verificata l'esplosione nella casa situata non lontano dal suo domicilio. Tra le macerie dell'edificio sono stati successivamente rinvenuti i resti del 59enne.
Una terza persona sotto protezione
L'inchiesta ha inoltre accertato che una terza persona era in pericolo. Per questo motivo è stata ospitata e posta sotto la protezione della Polizia cantonale. «Durante le audizioni, una persona in particolare ha manifestato preoccupazione per la propria situazione«, ha precisato ai microfoni di Ticinonews il capitano Marietta. «È stata sentita a verbale e, considerata la situazione e le sue preoccupazioni, abbiamo deciso di metterla sotto protezione, facendola alloggiare in un luogo sicuro insieme ad agenti di polizia».
L'esplosione di Leontica
Il capitano Andrea Cucchiaro ha poi ricostruito le fasi dell'intervento a Leontica. Una squadra di sei specialisti del RIS (Reparto interventi speciali) si è avvicinata all'edificio individuato durante le ricerche e dopo la segnalazione di alcuni spari. Cinque agenti sono entrati nello stabile e, poco prima della violenta esplosione, hanno avvertito tre rumori metallici. «Un rumore ancora da identificare», ha precisato Cucchiaro. Uno degli agenti è stato travolto dalla deflagrazione, due sono stati intrappolati in una stanza dell'edificio nel quale cominciavano a divampare le fiamme e altri due sono stati sbalzati fuori dall'edificio. «Ci sono voluti dieci minuti per estrarli», ha precisato Cucchiaro, in una situazione resa particolarmente delicata dalla possibilità che il sospettato fosse ancora armato e presente sul posto.
L'ipotesi della trappola
Gli investigatori hanno rinvenuto un meccanismo d'innesco e una carica inesplosa. L'ipotesi sulla quale si concentra ora l'inchiesta è quella di una trappola esplosiva predisposta deliberatamente e destinata a colpire le forze dell'ordine, piuttosto che la terza persona coinvolta nella vicenda. «Abbiamo rinvenuto una carica inesplosa costruita come una trappola esplosiva, dotata di un detonatore elettrico e di un cordone detonante di circa due chilogrammi», afferma Cucchiaro ai microfoni di Ticinonews. «La nostra ipotesi è che anche l'ordigno esploso, o eventualmente più ordigni — non sappiamo quanti, perché l'esplosione ha distrutto tutto — fosse una trappola rivolta contro di noi, dal momento che in quel momento non c'era nessun'altra persona nella zona».
Armi registrate e possibile premeditazione
Rispondendo alle domande dei giornalisti, il capitano Marietta ha confermato che il 59enne era titolare di armi regolarmente registrate. Resta invece da chiarire il grado di pianificazione dell'omicidio. «Non sappiamo se vi sia stata premeditazione», ha spiegato, sottolineando come l'inchiesta sarà particolarmente complessa, dal momento che sia la vittima sia il principale indiziato sono deceduti.
Nessuno sparo sentito a Faido
Per quanto riguarda il femminicidio di Faido, nessuno all'interno dell'ospedale ha riferito di aver udito spari. Un elemento che porta gli investigatori a ritenere probabile l'utilizzo di un'arma dotata di silenziatore, anche se questo aspetto dovrà essere confermato dagli accertamenti tecnici.
Nessun avviso pubblico di ricerca, ma nessun pericolo per la popolazione
La Polizia cantonale ha infine spiegato perché, durante le ricerche del sospettato, non sia stato diffuso un avviso pubblico. Secondo il capitano Marietta non si tratta di una procedura abituale in situazioni analoghe, mentre il portavoce Renato Pizolli ha precisato che una comunicazione di quel tipo avrebbe potuto alimentare un panico generalizzato nella popolazione. Conosciuto dalla Polizia cantonale, ma non per reati violenti, l'uomo non è stato ritenuto avere intenzione di agire indiscriminatamente contro la popolazione. «Questo non vuole dire tuttavia che non si sia fatto nulla per mitigare il rischio», ha precisato Hutter.

