
La Carità di Locarno è stato il primo ospedale a essere riconvertito per accogliere i pazienti Covid-19. Com'è attualmente la situazione e lo spirito con cui il personale affronta questo periodo visto il continuo aumento del numero dei contagi? Teleticino lo ha chiesto al direttore sanitario Michael Llamas. "Le cifre vogliono dire poco. Il nostro obiettivo è curare tutti i pazienti che arrivano in ospedale e che hanno bisogno di noi. Per il momento ci concentriamo sul nostro lavoro. Le cifre le commenteremo in un secondo momento".
Come è cambiato il vostro modo di lavorare? "All'inizio eravamo in una fase di costruzione. Non sapevamo bene come affrontare la malattia, come si sarebbero comportati i pazienti, se il sistema sanitario avrebbe retto. Era tutto un'incognita. Questa fase di costruzione è praticamente terminata: sia il sistema sanitario che quello privato sono riusciti a costruire una rete che riteniamo sufficientemente solida. Ora siamo in una fase in cui intravvediamo una velocità di crociera nella quale curiamo dei pazienti con una malattia che comincia a essere noi nota e che impariamo a gestire".
Cosa sapete in più su questa malattia? "Inizialmente avevamo solo i dati cinesi. Quello che hanno vissuto loro, è diverso da quello che stiamo vedendo noi. Abbiamo maggiori problemi a livello dei reni e di trombosi a livello delle vene rispetto a quello che veniva descritto in letteratura. Questo ci permette di curare meglio i pazienti. Di novità comunque ce ne sono ogni giorno e troviamo nuove strategie che speriamo essere utili per i nostri pazienti".
Quanto è importante arrivare in tempo ed evitare un peggioramente eccessivo della malattia? "L'esperienza lombarda è stata fondamentale. Ci ha permesso di avere una settimana e mezzo di tempo per trasformare il sistema sanitario, con un ospedale completamente cambiato nella sua fisionomia e per la qualità delle cure. Abbiamo avuto tempo e ci siamo preparati. La comunità ticinese ci ha comunque messo del suo: con i comportamenti giusti ha permesso di controllare la diffusione dell'epidemia, dando a noi un po' di respiro per affrontare tutto al meglio".
La consapevolezza della popolazione è accresciuta nel tempo. Ma è sufficiente? "Sembra che stiamo chiedendo poco, in realtà è molto. Ci sono persone che, chiuse in casa, si preoccupano per la loro ditta e si interrogano sul proprio futuro. Noi possiamo quasi ritenerci dei "privilegiati" visto che ogni giorno faccciamo il nostro lavoro, seguito dall'affetto dei ticinesi. Il cittadino che sta casa sta facendo un enorme sforzo per restarci. La cosa importante per la popolazione è sapere che bisogna continuare e avere perserveranza. La situazione non è risolta e continuerà ancora a lungo. Bisogna abituarsi all'idea che non se ne uscirà cosi presto".
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