
Politica, media e ora Locarno Film Festival. Questi i tre grandi temi toccati con Luigi Pedrazzini all'interno dell'ultima puntata di Non è sempre Natale. "Ancora una volta sto vivendo l'ennesimo cambio di pagina della mia vita. È una fortuna poterlo fare", ha affermato il già consigliere di Stato durante l'intervista con Sacha Dalcol.
Come si sente quando volta pagina?
"Qualche volta in modo molto naturale. Questo è un insegnamento che mi ha dato mio padre. Lui ha avuto una vita interessante e ogni volta che ha voltato pagina, lo ha fatto guardando avanti e raccontando poco di quello che ha fatto. Generalmente anche io non vado a ripensare al passato e ne parlo poco, cerco di guardare avanti".
Dopo 12 anni di presidenza, dal 1. gennaio non è più alla testa della CORSI, la società regionale SSR che rappresenta il pubblico della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana (RSI). Cosa è riuscito a fare in questo anni? Cosa è cambiato e come è cambiata la RSI?
"Credo che in questi anni siamo riusciti a far capire qual è il ruolo della CORSI. Quando ho iniziato era appena stata attuata la riforma delle strutture che aveva cambiato in modo importante il peso della CORSI nella gestione della Radiotelevisione della Svizzera italiana. In passato aveva un ruolo diretto: sceglieva le persone e votava i budget. A partire dalla riforma delle strutture, avvenuta nel 2007/08, il ruolo della Società regionale è cambiato ed è diventato quello di promuovere la cultura del servizio pubblico nel territorio e, contemporaneamente, di promuovere il territorio verso la RSI. All'inizio abbiamo fatto fatica a posizionarci con questo nuovo ruolo che ci sembrava, a tratti, anche fumoso e frenetico. Non era sempre ben codificato. Con il passare degli anni, però, anche in collaborazione con le altre società regionali, siamo riusciti a trovare una velocità di crociera corretta e questo ci ha permesso -secondo me- di ritrovare una funzione, una credibilità sia verso l'azienda, sia verso il pubblico. Oggi appartenere alla CORSI significa essere fra le persone che vogliono vivere in modo attivo la realtà del servizio pubblico, dando un contributo e informandosi. Tante cose sono cambiate in questi anni, mai come in questo periodo la funzione e il ruolo del servizio pubblico è messa in discussione".
Come mai il servizio pubblico è finito nel mirino della politica e dell'opinione pubblica?
"Credo che ci siano diverse spiegazioni. Io sono cresciuto in un periodo in cui bastava parlare di servizio pubblico e tutti, da destra a sinistra, lo rispettavano. Il servizio pubblico era la posta, le ferrovie, le grandi regie federali, ma anche la RSI o la SSR. Oggi questo tipo di venerazione non esiste più, soprattutto a destra. Inoltre, secondo me, c'è un progetto politico su cui bisogna riflettere: mi riferisco alla privatizzazione, anche per quanto riguarda i media e la comunicazione. Questo -a mio modo di vedere- è un processo che crea qualche insidia anche per la democrazia. Preferirei che il servizio pubblico elvetico, come lo hanno voluto i cittadini nel 2018, restasse forte, federalista, capace di aiutare la popolazione nelle sue scelte politiche e culturali. Non deve sostituirsi alla gente, ma aiutare le persone a scegliere correttamente. La nostra è una democrazia diretta che ha bisogno di un vero confronto tra le parti e non di maggioranze o minoranze già prefigurate magari in funzione dei soldi che uno ha".
Secondo lei c’è un mea culpa che la SSR potrebbe recitare?
"Ci sono stati anni in cui la RSI appariva quasi troppo autoreferenziale, del tipo 'noi siamo migliori e facciamo le cose giuste'. Questo può aver creato una certa antipatia sia in Ticino, sia in Svizzera. Oggi le cose sono cambiate e con la nuova direzione -sia nazionale sia regionale- c'è molta più disponibilità a rimettersi in discussione, dialogare con il Paese, cercare di capire quali sono le aspettative dell'opinione pubblica. Sotto questo punto di vista c'è stata una correzione. Ripeto, questa difficoltà e questi problemi sono anche sorti in un momento in cui anche gli altri mezzi di comunicazione hanno avuto dei problemi, magari anche maggiori rispetto al servizio pubblico. La stampa ha perso centinaia di milioni in pubblicità e abbonamenti, quindi tutto l'ambiente è diventato molto più nervoso e teso".

