
È una vicenda che ruota attorno al sottobosco criminale Lombardo, quella emersa oggi in aula nell’ambito del processo a carico dei 7 imputati che nell'ottobre 2015 tentarono di rapinare un portavalori a Castelrotto. Una rapina sventata grazie all'intervento delle teste di cuoio.
La mattinata si è aperta con l'istruttoria, durante la quale è stata ripercorsa la vita dei 7 italiani, accusati di tentata rapina aggrava e di infrazione alla legge sulle armi. Tutti si sono macchiati di vari precedenti penali e, stando al racconto degli imputati, il colpo è stato pensato proprio per far fronte ai debiti e alle situazioni economiche precarie.
"Le armi servivano solo a spaventare la guardia, non a sparare" si è difesa in aula la mente del colpo, un 41enne italiano con alle spalle 9 anni carcere e un curriculum criminale, costellato da rapine, estorsioni e furti.
"In tutto – ha sottolineano il giudice Amos Pagnamenta - i sopralluoghi in Ticino per preparare il colpo sono stati 6 o 7". "Perché le armi” ha chiesto il giudice, “erano cariche con più colpi?". "Non lo so, ma non per sparare" - ha ribadito il secondo imputato, un 26enne italiano, colui che materialmente ha fornito la mitragliatrice e la pistola.
Il colpo, secondo l'accusato principale, avrebbe fruttato 50-100mila franchi. Ma nel portavalori c'erano ben 2,7 milioni destinati a banche, uffici di cambio e negozi del Malcantone.
"È un po' strano che siete andati con molti zaini e borse", ha aggiunto il giudice, spiegando che, oltre a loro, sono state coinvolte a vario titolo altre persone in Italia, non indagate in Svizzera.
Domani finiranno di fornire la loro versione dei fatti altri 5 membri della banda, poi prenderà la parola l'accusa, promossa dal Procuratore Pubblico Nicola Respini.
La sentenza è prevista probabilmente per mercoledì o giovedì. I sei principali accusati rischiano da 2 a 5 anni di carcere.
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