“Le armi mi davano adrenalina”
Dopo l’inghippo procedurale, il processo a carico dell’ex alunno della Commercio si è aperto sul tema delle armi e le infatuazioni del giovane per Hitler e altre stragi
di Francesco Pellegrinelli
“Le armi mi davano adrenalina”

Dopo un inghippo procedurale, che ha chiesto la sospensione del dibattimento per quasi un’ora, il processo a carico dell’ex alunno della Commercio di Bellinzona si è aperto sul tema delle armi, una delle passioni del giovane imputato, all’epoca dei fatti 19enne. “Mi davano adrenalina e forse colmavano un mio senso di impotenza”, ha spiegato alla Corte il giovane comparso questa mattina alla sbarra per rispondere dell’accusa di atti preparatori di assassinio plurimo, e in subordine di atti preparatori punibili di omicidio plurimo. Reati gravi sostenuti nell’atto di accusa firmato dal procuratore pubblico Antonio Perugini, poi ereditato dal procuratore pubblico capo Arturo Garzoni.

Nella casa del giovane un vero e proprio arsenale

I fatti di questa vicenda sono solo in parte noti. Sappiamo che il 10 maggio 2018 il giovane venne arresto a casa sua. Nella sua abitazione gli inquirenti trovarono un vero e proprio arsenale da guerra. Si parla di 20 armi da fuoco, tra fucili e pistole e centinaia e centinaia di proiettili e caricatori. La Corte delle assise criminali, presieduta dal giudice Mauro Ermani, ha mostrato la fotografia delle armi rinvenute. Un’immagine da film. Un vero e proprio arsenale. “Ne prendo atto signore”, ha risposto l’imputato.

Nei giorni precedenti all’arresto il ragazzo - ricordiamo - aveva manifestato via social la volontà di compiere una strage alla Commercio. Il ragazzo sarebbe entrato in azione il 15 di maggio durante il giorno degli esami. Fu grazie alla segnalazione di alcuni compagni che la direzione scolastica si attivò segnalando il caso in Polizia. Partì quindi un’intensa attività di intellingence, durata 24 ore, durante la quale si scandagliò la vita del giovane, al termine della quale si decise per l’arresto. Sarebbe andato fino in fondo? Questa la domanda cui dovrà rispondere la Corte delle assise criminali.

Il piano criminale

L’atto di accusa parla di un piano criminale pianificato per settimane, se non mesi, nei minimi dettagli. Un piano criminale in cui sono state descritte minuziosamente le modalità d’azione, la data, l’ora, la strategia e l’ubicazione dei locali in cui colpire, oltre al vestiario da indossare. Aspetti questi rimasti fino ad oggi inediti all’opinione pubblica.

Il dibattimento si è poi concentrato sulle simpatie politiche del giovane, coltivate negli anni precedenti ai fatti oggetto del dibattimento odierno. La sua infatuazione per Hitler e per stragi come quella di Columbine. “Gia allora pensava di commettere una strage?” ha chiesto il giudice. “No, pensavo a qualcosa di più mirato e specifico” ha replicato l’imputato.

La Corte ha poi affrontato il tema delle lettere rivenute nella sua abitazione. Lettere che contenevano la descrizione di come l’imputato avrebbe attaccato la scuola e poi di come si sarebbe tolto la vita. Lettere in cui il giovane parla della sua rabbia, del suo odio violento, del suo gesto criminale con cui, citiamo, “si sarebbe garantito un posto nella storia”, al pari di vicende come quella di Columbine.

Oggi come si pone di fronte a queste lettere? “Mi vergogno e sono triste, sono frutto di un delirio”. Al momento attuale, per quanto ci è dato sapere, il giovane, difeso dall’avvocato luigi Mattei nega le accuse.

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