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Ticino
L'appello dei familiari di Cristina: «Uomini, siate al nostro fianco»
Red. Online
2 ore fa
I parenti della donna vittima del fatto di sangue avvenuto negli scorsi giorni a Gnosca hanno voluto lanciare un messaggio: «Le responsabilità sono collettive, dobbiamo agire tutti».

«Di fronte a quello che è successo, bisogna avere il coraggio di venire in piazza per dire basta, perché le responsabilità sono collettive: dobbiamo agire tutti. L’uomo che ha ucciso Cristina era una persona, aveva conoscenze e amicizie, si sapeva che era un individuo violento e andava fermato, non riportato a casa». Così si è espressa questa sera ai microfoni di Ticinonews – a margine del presidio contro la violenza di genere svoltosi a Bellinzona – una familiare della donna vittima del fatto di sangue avvenuto a Gnosca negli scorsi giorni. «Io credo che siamo tutti convolti, soprattutto gli uomini, e se loro non cominciano ad essere al nostro fianco a difendere il diritto delle donne di non essere dominate, non ce la faremo. Il mio messaggio è per gli uomini: venite con in piazza».

Le rivendicazioni

Presente anche una nutrita rappresentanza del Gran Consiglio, che ha interrotto i lavori parlamentari per assistere al presidio. Presidio le cui rivendicazioni «concernono anzitutto l’attivazione del numero unico di emergenza che, lo sappiamo, da maggio sarà il 142» spiega a Ticinonews Angelica Lepori del collettivo Io l'8 ogni giorno. «Il Ticino ha però deciso di affidare la gestione di tale numero nelle ore serali e notturne al 144 e per noi questo è un limite, anzitutto perché si sovraccarica un sistema che è già sovraccarico». In secondo luogo «così facendo si dà solo una dimensione emergenziale e sanitaria, mentre le donne hanno bisogno 24 ore su 24, sette giorni su sette, della possibilità di parlare con qualcuno e ricevere un consiglio, e non soltanto quando si trovano in una situazione di emergenza».

«Un'occasione persa»

Altro aspetto centrale «è quello di aumentare le campagne di prevenzione nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle società sportive, in modo da rendere pubblico il tema», prosegue Lepori. «E noi crediamo che in questo caso la società che gestisce il carnevale a margine del quale si è consumato l'episodio abbia perso un’occasione per ribadire, magari con forza, la sua contrarietà alla violenza contro le donne. Sappiamo che il carnevale è un luogo in cui una cultura un po’ sessista si può diffondere e quindi sarebbe stato importante che un evento simile dicesse chiaramente ‘queste cose non ci appartengono e non ci devono appartenere'».