
24 mesi sospesi per un periodo di prova di 4 anni. È questa la sentenza pronunciata dalla corte delle Assise Criminali di Lugano nei confronti dell’ ex vicesegretario di Lamone, colpevole di truffa aggravata per aver sottratto dalle casse comunali 600 mila franchi. Ha provato più volte oggi il giudice Claudio Zali a capire perché. Perché l’ex vicesegretario comunale di Lamone rubò 600 mila franchi dalle casse del comune. Quale fu la molla che spinse l’imputato, oggi 40enne, a malversare ai danni del comune? All’età di 31anni cominciò ad usare il bianchetto e per sei anni, dal 2001 al 2007, andò avanti, imperterrito con una media di dieci prelievi annuali. Due le modalità della truffa: nei primi anni incassava fatture false da lui stesso allestite e spiedite al Comune. Poi verso la fine, si spinse anche ad incassare quelle vere. “Un suicidio programmato” ha chiosato Zali. Ma perché? Nessun vizio. Nessuna difficoltà finanziaria. Niente moglie. Niente figli da mantenere. Quale fu allora il movente? “Non so dire, signor giudice, ha risposto oggi in aula l’imputato. In questi anni ci ho pensato, senza tuttavia trovare una risposta”. Per la pubblica accusa, l’imputato agì per avidità, agì per saziare un rapporto distorto col denaro, mezzo con cui poteva godere di maggiori considerazioni sociali e nello stesso tempo garantirsi un tenore di vita migliore. Una quindicina le auto cambiate in sei anni. Ma la tesi dell’avidità non ha convito pienamente il giudice, che ha parlato di “inquietante assenza di movente”, pur riconoscendo che “senza una chiara spiegazione del movente doveva supporre una mancanza di moralità”. Delinquere senza motivo, tradire la fiducia di colleghi è senza dubbio inquietante. Come inquietante è stato il secondo grave capo d'accusa di cui doveva rispondere oggi in aula l’imputato. Nel 2006 truffò un suo pupillo di cui era il curatore amministrativo. Gli fece firmare una polizza sulla vita, omettendo di dire che una postilla finale indicava l’imputato come unico beneficiario dell’assicurazione. Bella fregatura. Per questo reato e per quello di truffa commessa con mestiere ai danni di un ente pubblico, la procuratrice ha chiesto 24 mesi sospesi per un periodo di prova di 5 anni. “Sono reati gravi, ha detto Manuela Minotti Perucchi: in modo sistematico lei ha pianificato le truffe. È andato avanti per sei anni, tradendo la fiducia dei colleghi. Ancora più fastidioso è il reato commesso ai danni di un uomo di cui era responsabile”. Per una sostanziale riduzione della pena, si è invece battuto l’avvocato difensore Roberto Macconi, facendo leva su tre punti: l’incensuratezza, la collaborazione con gli inquirenti e la totale ammissione delle colpe del suo cliente. Alla fine, il giudice ha confermato l’atto di accusa della procuratrice pubblica, accogliendo la sua richiesta di pena, con la riduzione a quattro anni del periodo di prova. Tutti d’accordo – accusa difesa e giudice – nel voler concedere una possibilità all’imputato evitandogli nuovamente il carcere. Rimane però un dubbio. Un inquietante dubbio sul movente. Avidità, mancanza di moralità o inquietante leggerezza? [email protected]
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

