
Le regole d’abbigliamento proprie alle singole discipline sportive sono dettate da riflessioni di funzionalità in relazione al gesto tecnico e non da ragioni estetiche. Ergo, non vi è alcun tipo di discriminazione di genere nelle famose ‘tutine da ginnastica’ che avevano fatto infuriare le deputate socialiste Tatiana Lurati e Gina La Mantia.
Le due parlamentari, lo ricorderete, avevano presentato un atto parlamentare molto discusso in cui evidenziavano i “molti ostacoli all'eguaglianza e alle pari opportunità ancora da superare", tra i quali “i codici di abbigliamento imposti dalle federazioni sportive a tutti i livelli, anche alle giovani leve”.
Gli abbigliamenti sportivi, ha tuttavia ribattuto il Consiglio di Stato, non fanno parte di questo tipo di ostacoli e per le società sportive non vi è quindi alcuna necessità di “favorire un’immagine della donna emancipata” rivedendo le regole sull’abbigliamento, come richiesto da Lurati e La Mantia. “È possibile che in alcuni sport la tradizione di evidenziare la femminilità influenzi le direttive sull’abbigliamento (come nel tennis, dove è obbligatorio il gonnellino che di regola è una mise applicata ad un body funzionale e adatto alla competizione), ma in nessun caso questo dà un’immagine negativa della donna o rafforza degli stereotipi sessisti”, ha ribadito il Governo.
Il Consiglio di Stato ha inoltre spiegato che “la materia è regolamentata molto dettagliatamente” e che “nessuna federazione sportiva cantonale ha interesse a vanificare il lavoro di preparazione e i risultati ottenuti dai propri atleti e dalle proprie atlete in anni di duro lavoro e grandi sacrifici con abbigliamenti non regolamentari, che possono causare squalifiche se non addirittura l’esclusione dalle competizioni”.
Inoltre – prosegue il Governo - se negli sport che prevedono l’uso della forza i parametri per le gare femminili e maschili sono diversi, “ciò è dovuto anche alla volontà di evitare che le atlete si sottopongano ad allenamenti tendenti ad una mascolinizzazione del loro corpo”. Dove non esiste la necessità di una differenziazione, per esempio negli sport equestri, dove la qualità e la preparazione del cavallo e la bravura di chi lo monta fanno il risultato e spesso il successo è al femminile, uomini e donne gareggiano assieme. “Le norme sull’abbigliamento, che in nessun modo intendono sminuire le donne o offrirne un’immagine negativa, si inseriscono in questo contesto di differenziazione positiva”.
Infine, “la pratica dello sport di base giovanile non conosce per contro regole specifiche d’abbigliamento e in questo ambito prevale la regola della praticità e della sicurezza dei giovani. È usuale, ad esempio, che nella ginnastica artistica i capelli vengano raccolti a caschetto, come è naturale vedere l’uso del casco obbligatorio in molte discipline outdoor”.
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